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Il discorso di Letta e i “nuovi italiani” nel lessico istituzionale (di Marco Antonsich, 7 maggio 2013)

La nomina di Cécile Kyenge a Ministro per l’Integrazione e il discorso programmatico del nuovo governo Letta sono due momenti importanti per capire la trasformazione del nostro Paese. Sul primo, già è stato scritto tanto, anche su questo Blog. Il secondo momento, invece, pare essere passato più sotto silenzio. Queste le parole di Letta in aula il 29 aprile: “Bisogna fare tesoro della voglia di fare dei nuovi italiani, così come bisogna valorizzare gli italiani all’estero. La nomina di Cécile Kyenge significa una nuova concezione di confine, da barriera a speranza, da limite invalicabile a ponte tra comunità diverse. La società della conoscenza e dell’integrazione si costruisce sui banchi della scuola e nell’università.”

Da alcuni anni mi interesso di questioni identitarie legate alla trasformazione multiculturale delle società occidentali e, all’Università inglese di Loughbourough, dove lavoro come ricercatore in Geografia umana, insegno oggi un corso intitolato Global Migration. Le considerazioni che seguono sono quindi il prodotto di un punto di vista particolare, ma che spero possa stimolare un ampio dibattito. Per ragioni di spazio, traccio queste mie considerazioni in maniera molto schematica, ma spero sufficiente per far capire al lettore sia l’importanza del passaggio sopra accennato, sia i suoi limiti:

1) Il termine ‘nuovi italiani’ viene legittimato come termine istituzionale: dall’Accademia che lo aveva prodotto ai mass-media che lo avevano ripreso, entra oggi a pieno titolo nelle istituzioni.

2) Seguendo la logica del governo di ampie intese, Letta dà un colpo alla botte (‘nuovi italiani’) e uno al cerchio (‘italiani all’estero’) – sono due realtà diversissime, ma mettendole assieme, Letta rischia di snaturare l’importanza e unicità della questione del cambiamento demografico in atto nel nostro Paese.

3) Bella l’immagine di speranza ed incontro legata al confine, che in Italia da un po’ di tempo a questa parte evoca solo storie di blocchi e respingimenti. Per definizione, il confine è momento di separazione e di incontro – privilegiare uno solo di questi due momenti produce un Paese disfunzionale.

4) Letta utilizza il termine ‘comunità’ – termine di uso quotidiano nella realtà multiculturale britannica, da alcuni definita “a community of communities”, una comunità formata da tante comunità (inglese bianca, asiatica, cinese, afro-caraibica, ecc.). Non credo che Letta alluda a questo scenario communitarista, oggi in crisi in Gran Bretagna, così come in crisi è anche il modello repubblicano di integrazione adottato altrove. Tuttavia una chiara riflessione su quale società vogliamo è necessaria, al di là dei generici richiami all’interculturalismo che hanno finora caratterizzato le nostre istituzioni.

5) Magari leggo più di quanto Letta abbia voluto dire, ma reputo importante che alla scuola e all’università egli abbia associato ‘conoscenza’ a ‘integrazione’. Se l’integrazione è spesso richiesta ai nuovi arrivati, la conoscenza è dovere indispensabile per quelli che qui già vivono. Non ci può essere integrazione effettiva se gli ‘italiani’ non sono disposti a conoscere i ‘nuovi italiani’. Il dovere è reciproco.

Mentre il diritto alla cittadinanza pare oggi monopolizzare l’intero dibattito riguardo ai ‘nuovi italiani’, Letta sembra giustamente guardare oltre. La cittadinanza di per sé non basta a creare integrazione. Occorre una riflessione profonda, a partire dalle scuole, su cosa oggi significhi essere ‘italiani’ (senza aggettivi).

Marco Antonsich, 7 maggio 2013

http://lacittanuova.milano.corriere.it/2013/05/07/nuovi-italiani-per-una-nuova-italia/

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Come si diventa cittadini italiani (di Anna Franchin, L’Internazionale, 8 maggio 2013)

Il requisito principale per essere cittadini italiani è avere il padre o la madre italiani.

La cittadinanza è una condizione che lega un individuo e uno stato, e comporta diritti e doveri. Tra i diritti ci sono quelli civili come la libertà personale o l’uguaglianza di fronte alla legge, quelli politici come il diritto di voto o la possibilità di ottenere incarichi pubblici, e quelli sociali come il diritto alla salute e al lavoro. Tra i doveri c’è la fedeltà allo stato, che in certi paesi può tradursi nel servizio militare obbligatorio.

Chi non ha la cittadinanza del paese in cui si trova è straniero (se è cittadino di un altro paese) o apolide (se non ha nessuna cittadinanza).

I princìpi su cui si basano gli stati per concedere la cittadinanza agli stranieri residenti sul proprio territorio sono fondamentalmente tre: ius soli, ius sanguinis e ius domicilii. Ma le leggi che applicano questi princìpi cambiano da paese a paese.

Ius sanguinis (diritto di sangue): in base a questo principio la cittadinanza di uno stato spetta ai figli dei suoi cittadini (e in certi casi anche a discendenti più lontani), a prescindere dal luogo in cui nascono. La cittadinanza italiana si basa principalmente su questa regola.

Ius soli (diritto del suolo): in questo caso la cittadinanza spetta a tutte le persone che nascono sul territorio dello stato, indipendentemente dalla cittadinanza dei loro genitori.

Ius domicilii (diritto del domicilio): la cittadinanza è concessa a chi risiede stabilmente nel territorio di uno stato. La durata minima del periodo di residenza cambia da paese a paese: in Belgio è di tre anni, in Austria o in Spagna di dieci.

Si può diventare cittadino di un paese anche per iure communicatio, cioè attraverso la trasmissione della cittadinanza da un componente all’altro all’interno di una famiglia (per esempio, con il matrimonio o l’adozione).

Altri modi per diventare italiani

I figli di persone non identificate, di apolidi, o i figli di stranieri che non prendono automaticamente la cittadinanza dei genitori diventano cittadini italiani se nascono in Italia (iure soli).

Gli stranieri che hanno antenati diretti italiani possono diventare italiani se sono nati in Italia o se risiedono nel nostro paese da almeno tre anni.

La cittadinanza spetta anche agli stranieri maggiorenni adottati da italiani e residenti da cinque anni in Italia, e agli stranieri nati in Italia che mantengono la residenza nel nostro paese fino a quando diventano maggiorenni.

In base alla legge attuale gli immigrati possono chiedere la cittadinanza italiana se hanno avuto la residenza in Italia per almeno dieci anni consecutivi. Una volta ottenuta la cittadinanza possono trasmetterla ai loro figli.

Quindi, uno straniero che arriva in Italia da adulto può ottenere la cittadinanza dopo dieci anni. Invece se nasce in Italia deve aspettarne diciotto.

La ministra dell’integrazione Cécile Kyenge vorrebbe cambiare la legge sulla cittadinanza dando più peso allo ius soli: cioè vorrebbe che fosse più facile ottenere la cittadinanza italiana per chi nasce in Italia.

La cittadinanza nel resto d’Europa

Nella maggioranza dei paesi dell’Unione europea, le leggi per attribuire la cittadinanza mettono insieme ius sanguinis, ius soli e altre condizioni come la presenza prolungata nel paese, la conoscenza della lingua, una fedina penale pulita, la frequentazione di scuole nazionali. Ci sono differenze per quanto riguarda i requisiti, i vincoli e le procedure.

La legge francese prevede che i figli di immigrati ottengano automaticamente la cittadinanza quando diventano maggiorenni, se sono nati in Francia e hanno vissuto lì per almeno cinque anni. La procedura può anche essere anticipata: a sedici anni serve una dichiarazione della persona direttamente interessata, a tredici anni una richiesta dei genitori.

In Germania se uno dei due genitori vive legalmente sul territorio da almeno otto anni può ottenere la cittadinanza per i figli alla nascita.

In Spagna diventa cittadino chi nasce da padre o madre spagnola oppure chi nasce nel paese da genitori stranieri di cui almeno uno nato in Spagna.

Il Regno Unito, a determinate condizioni, concede la cittadinanza a chi nasce sul suo territorio da una persona che risiede legalmente nel paese.

Lo ius soli non è previsto a Cipro, in Danimarca, Estonia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Slovacchia e Svezia.

 

Anna Franchin, L’Internazionale, 8 maggio 2013

Otto Bitjoka: La sfida del talento e del merito contro i pregiudizi (di Alessandro Grilli)

Per Otto Bitjoka, presidente della fondazione Ethnoland, la propensione degli immigrati a creare imprese è un fatto positivo per tutto il sistema Paese, che va incoraggiato con politiche che valorizzino le loro capacità e le loro vocazioni.

“L’immigrato, in quanto tale, è già imprenditore di se stesso, altrimenti starebbe a casa sua e farebbe qualcos’altro”. Le parole di Otto Bitjoka, presidente della fondazione Ethnoland, non lasciano dubbi: il fenomeno dell’imprenditoria immigrata è solo un aspetto di quella che si potrebbe definire un’“antropologia sociale” dei migranti, i cui problemi e aspettative sono percorsi da un filo comune: la volontà di veder riconoscere e valorizzare i propri meriti e talenti.
Un percorso che a Bitjoka, nato in Camerun e ormai da 36 anni in Italia, è riuscito in pieno, anche se, ci tiene a sottolineare “non è un cammino seminato di rose, anzi prevalgono le spine. Sono state bastonate quotidiane, bisogna sgobbare e avere una volontà forte”. Un percorso che lo ha portato a laurearsi a pieni voti e seguire anche un corso post-laurea alla Bocconi, a lavorare come consulente per importanti aziende italiane e per i governi africani, e poi a creare una sua impresa. Infine l’approdo all’esperienza associativa: ha fondato Imprendim (Associazione imprenditori immigrati) e, dal 2004, ha creato la fondazione Ethnoland – di cui è presidente – che sviluppa progetti volti a ottenere l’integrazione dei “nuovi italiani” e a promuovere iniziative di sviluppo e co-sviluppo in Italia e nei Paesi di provenienza
degli immigrati. Nel frattempo dal 2008 è diventato anche vicepresidente di Extrabanca, la prima banca per gli immigrati in Italia.

continua qui…

PROPOSTA di AMO LA MIA CITTA’ alla maggioranza politica del Comune di Como

Il Consiglio comunale di Como

Premesso che

– nella Convenzione europea sulla Nazionalità conclusa tra gli Stati membri del Consiglio d’Europa il 6 novembre 1997 è previsto che ciascuno Stato faciliti, nell’ambito del diritto domestico, l’acquisizione della cittadinanza per “le persone nate sul suo territorio e ivi domiciliate legalmente e abitualmente” (Articolo 6, paragrafo 4, lettera e);

– l’Articolo 3 della Costituzione Italiano garantisce che “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”;

– è stata depositata al Parlamento italiano nel giugno 2012 una legge di iniziativa popolare che chiede di concedere la cittadinanza italiana ai bambini nati da genitori stranieri regolarmente residenti in Italia (la campagna denominata “L’Italia sono anch’io” è stata coordinata dall’ANCI e promossa da numerose associazioni e organizzazioni sindacali nazionali);

Considerato che

– gli stranieri regolarmente residenti in Italia sono quasi 5 milioni (al 1° gennaio 2011 gli stranieri residenti in Italia erano 4.570.317 – fonte Censimento ISTAT 2011). Un dato che evidenzia in modo plastico il cambiamento di status dell’Italia da Paese di emigrazione a Paese di immigrazione. Negli ultimi dieci anni il numero degli immigrati è aumentato di circa il 150% incidendo anche sullo sviluppo produttivo e demografico del nostro Paese. Più del 9% del Pil italiano è prodotto da lavoratori stranieri; il loro contributo al gettito fiscale è stimato a più di 6 miliardi di euro. Lentamente, ma in maniera irreversibile, la presenza dei cittadini stranieri in alcune metropoli come Milano e Roma sfiora il 10% d’incidenza rispetto alla popolazione autoctona e ovunque la media supera il 7%. Una presenza stabile, organica, destinata a modificare in profondità non solo la struttura sociologica, ma il volto fisico e l’anima culturale delle comunità metropolitane.

– Nel corso del 2010 sono nati in Italia circa 78.000 bambini stranieri, pari al 13,9% del totale (fonte Rapporto ISTAT) e sono circa 1.000.000 i minori figli di migranti (di cui 650.000 nati in Italia). La maggior parte di tali minori non si è mai recata nel Paese di provenienza dei propri genitori, frequenta le nostre scuole e solo al compimento del 18° anno di età potrà chiedere l’ottenimento della cittadinanza italiana.

Più in particolare

– sulla base dei risultati del censimento ISTAT del 2011, nell’arco dell’ultimo decennio intercensuario la popolazione straniera abitualmente dimorante in Lombardia risulta quasi triplicata, essendo cresciuta da 319.557 a 947.288 unità (+196,4%). Un incremento di pari entità si registra anche nell’incidenza degli stranieri sul totale della popolazione residente, che sale da 35,4 a 97,6 stranieri per mille censiti. Nella provincia di Como le presenze straniere residenti sulla base dei dati raccolti durante il censimento 2011 ammontano a 42.383 persone, mentre nel 2001 risultavano 14.320, registrando quindi un aumento significativo del 196%.

– La popolazione residente in Provincia di Como è aumentata sempre più velocemente soprattutto dall’inizio del 2002 alla prima metà del 2005 – con crescite annue anche di 6-7mila unità – per poi rallentare il proprio ritmo verso incrementi annui compresi fra le 2,4 mila e le 4,6 mila unità fino al 1° luglio 2011. In generale, comunque, tale popolazione è più che quadruplicata da 11.100 unità ad inizio secolo fino a 45.600 a metà 2011 (dati dell’Osservatorio Regionale per l’integrazione e la multietnicità, Milano, 2012).

– Tra gli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso la nostra città ha registrato una significativa crescita demografica che l’ha portata vicino alla soglia dei 100.000 abitanti. Toccati i 98.689 abitanti nel 1973, la tendenza si è invertita soprattutto a causa del rallentamento della natalità e la popolazione comasca è scesa fino a segnare nel 2001 un minimo di 78.680 abitanti. Il decennio successivo ha conosciuto una nuova crescita demografica favorita dal fenomeno immigratorio. Anche nella città di Como nell’ultimo decennio i flussi migratori sono stati rilevanti e crescenti: a fine 2011 a Como il 13,8% della popolazione era costituita da cittadini stranieri. Una quota superiore sia al dato nazionale, regionale e provinciale. Al 31 dicembre 2011 risultano 2.626 minorenni stranieri (nati dopo il 31 dicembre 1993) a fronte di una popolazione straniera di 11.912 soggetti su un dato complessivo che registra in tale data 86.116 cittadini residenti nel comune di Como.

Preso atto che

– l’analisi dei dati mostra che sempre più spesso si tratta di un’immigrazione che tende a stabilizzarsi nel tempo, scegliendo il nostro Paese come luogo in cui vivere, lavorare e crescere i propri figli;

– queste persone rappresentano ormai una componente fondamentale della società italiana, contribuendo in maniera determinante allo sviluppo economico, sociale, culturale e civile del nostro Paese;

Ritenuto che

– l’attuale legislazione nazionale in materia di cittadinanza, proprio al fine di perseguire una condizione di effettiva eguaglianza dei diritti sancita dalla nostra Costituzione, debba essere modificata in direzione di una semplificazione e di una facilitazione nell’attribuzione della cittadinanza ai figli dei migranti e ai cittadini stranieri che ne fanno richiesta, con l’obiettivo di favorirne la stabilizzazione e la piena inclusione nella società italiana, in linea con la Convenzione europea sulla Nazionalità del 1997;

Chiede al Sindaco e la Giunta del Comune di Como di

– conferire la cittadinanza simbolica, entro l’anno corrente, a tutti i minori di 18 anni, figli di genitori stranieri e residenti a Como al 31 dicembre 2012, nati in Italia e all’estero frequentanti tutte le scuole di ogni ordine e grado del territorio da almeno 3 anni, previa accettazione di tale riconoscimento simbolico da parte dei genitori del minore o da chi ne rappresenta la tutela legale;

– diffondere, secondo le modalità indicate dall’iniziativa nazionale dell’ANCI denominata “18 anni in Comune”, adeguata informazione rispetto al percorso di ottenimento della cittadinanza secondo la legge ora vigente che prevede la possibilità di fare richiesta della cittadinanza stessa presso gli uffici comunali di residenza entro un anno dal compimento del diciottesimo anno di età;

– conferire ogni anno, con cerimonia pubblica, fino a quando lo Stato italiano non cambierà legge sulla cittadinanza, il riconoscimento simbolico di cittadinanza italiana ai minori nati da genitori stranieri e residenti a Como, previa accettazione di tale riconoscimento simbolico da parte dei genitori del minore o da chi ne rappresenta la tutela legale;

– dare ampia diffusione al presente ordine del giorno e del percorso così delineato, anche attraverso gli strumenti informatici a disposizione del Comune;

– trasmettere il presente ODG:

al Presidente della Repubblica

al Presidente della Regione Lombardia

al Presidente del Consiglio dei Ministri

al Commissario della Provincia di Como

ai Senatori e Deputati eletti della Provincia di Como

Le iniziative di AMC con le comunità straniere (di Massimiliano Mondelli)

Nell’ultimo decennio Como ha conosciuto flussi migratori rilevanti e crescenti facendo salire a inizio 2012 la popolazione straniera residente a più del 13,8% di quella cittadina. Considerando che la media nazionale si attesta intorno al 7%, appare chiaro come la nostra città sia chiamata ad affrontare con intelligenza un mutamento epocale della propria identità sia dal punto sociale non meno che da quello culturale.

E’ anche per questo motivo che AMO LA MIA CITTA’ (AMC) sin dalla sua pur recente costituzione ha lavorato a stretto contatto con alcune fra le più attive comunità immigrate nella convinzione che il percorso da seguire per una migliore e fruttuosa convivenza fra vecchi e nuovi cittadini debba consistere in una forte e partecipe cultura del confronto. Siamo infatti certi che solo attraverso un dialogo paritario e aperto, senza diffidenza da un lato né paternalismi dall’altro, si potranno individuare le modalità e i percorsi più adatti a valorizzare le capacità economiche e il patrimonio culturale dei cittadini stranieri (e non). Solo coinvolgendo appieno le varie culture presenti nel nostro territorio avremo la possibilità di trovare le vie più efficaci per un solido e maturo sviluppo sociale e culturale della città. Solo riuscendo a radicare nel territorio tale approccio, la nostra città consentirà da una lato ai nuovi cittadini di sviluppare appieno le proprie potenzialità e dall’altro ai comaschi d’origine di ottenere il massimo beneficio dal cambiamento in atto, sapendolo cogliere e valutarlo anche come fattore di ricchezza sia economica che culturale. Ma per far ciò è necessario evitare gli stereotipi e combattere i pregiudizi che ingombrano il campo sia nelle comunità autoctone che in quelle immigrate. Non è un discorso di matrice “buonista” il nostro, tutto al contrario, ma di sano realismo. Si tratta semplicemente di prendere atto dei mutamenti che la mobilità globale, non solo delle merci ma inevitabilmente anche delle persone, sta imponendo a noi e alla nostra Storia. E di agire con responsabilità e un minimo di visione. In dieci anni il peso delle aziende di operatori stranieri sul totale delle imprese è passato dal 2 al 9% e il numero delle attività si è più che quintuplicato a dispetto di una contrazione tendenziale generale del 3%. Nel 2009 gli stranieri hanno prodotto più del 12% dell’intera ricchezza del nostro Paese e con più di 85mila aziende la Lombardia è la regione che presenta il maggior numero di realtà imprenditoriali condotte da stranieri (il 19% del totale). Ciononostante l’immigrazione continua a essere percepita quasi esclusivamente come un problema emergenziale e di ordine pubblico. L’immigrato continua ad essere considerato come un corpo estraneo e quasi mai come una possibile risorsa. Mai come parte della soluzione, mai come valore aggiunto per il Paese.

Esempio importante delle potenzialità della presenza straniera nelle dinamiche economiche nel nostro territorio è la recente iniziativa intrapresa dalla comunità angolana di Como che con l’attivo coinvolgimento del Comune ha portato in tempi strettissimi all’intesa fra la delegazione dello Stato dell’Angola per EXPO 2015 e ComoNext, mostrando molto efficacemente le capacità delle comunità straniere di portare sviluppo nel territorio di elezione.

Riconoscendo il grande rilievo che la presenza straniera ricopre nelle prospettive di sviluppo economico, sociale e culturale della città, AMC ha lavorato in questi mesi a una serie di proposte:

  1. Nel febbraio scorso AMC ha condiviso con la maggioranza comunale la richiesta di accordare la cittadinanza simbolica ai minori stranieri residenti a Como. Dopo attento vaglio, la proposta è stata ripresentata nel maggio 2013. In varie forme, la concessione della cittadinanza simbolica è una azione che numerose città italiane (anche molto vicine a Como come Cantù e Milano) stanno conducendo. Tali iniziative sono sostenute con convinzione dallo stesso Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. In piena sintonia con il pensiero e le parole del Capo dello Stato, AMC sostiene che l’attribuzione della cittadinanza simbolica, pur senza alcun valore giuridico, rappresenti “un prezioso contributo per un’opera di sensibilizzazione dell’opinione pubblica” capace di “riconoscere le seconde generazioni come parte integrante della nostra società”.
  2. Contestualmente alla proposta sulla cittadinanza simbolica, AMC ha sollecitato i membri del Consiglio comunale ad inserire Como nell’iniziativa “18 anni in Comune” promossa dall’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani (ANCI). Pur risultando un progetto a costi assai limitati per il Comune, l’iniziativa può potenzialmente significare moltissimo per le seconde generazioni, mirando a informare in modo tempestivo i minori nati in Italia da genitori stranieri sulle modalità di acquisizione della cittadinanza. A proposito, si veda la documentazione preparata dall’ANCI
  3. AMC è impegnata perché il Comune individui un luogo di incontro intercomunitario e cittadino, fisso e a costi contenuti, dove le comunità straniere possano riunirsi e condividere informazioni riguardo ai problemi legati all’accoglienza, alle pratiche burocratiche, alla sensibilizzazione, ecc.
  4. AMC considera fondamentale che il Comune faccia il possibile per sostenere le proposte di iniziativa immigrata volte a realizzare occasioni “di sviluppo culturale della società comasca nel suo insieme, per vincere l’esclusione, il disagio e l’incomprensione fra vecchi e nuovi cittadini. Dibattiti, serate tematiche, concerti consentiranno di integrare gli apporti di ciascuna comunità e delle istituzioni culturali in una concreta occasione di apertura e di arricchimento reciproco” (Cit. Programma elettorale delle forze partitiche e civiche che sostengono l’attuale maggioranza comunale).

In prospettiva, AMC mira alla costituzione a Como di un Centro interculturale sul modello di “Mondinsieme” di Reggio Emilia (www.mondinsieme.org) che opera sui processi culturali dell’integrazione, lavorando con italiani e stranieri per favorire la coesione e la partecipazione sociale. L’intento è fare dell’interazione fra nuovi e vecchi cittadini un processo partecipato al fine di valorizzare l’impegno delle associazioni straniere e, soprattutto, dei giovani, a partire dalle seconde generazioni e dagli studenti delle scuole superiori di secondo grado. Azioni di tale Centro interculturale dovranno essere la sensibilizzazione al pluralismo culturale e alla partecipazione attiva dei cittadini contro ogni forma di razzismo e discriminazione, attraverso progetti di dialogo, educazione e comunicazione interculturale. AMC è consapevole che si tratta di un obiettivo complesso da perseguire che necessita di un lungo lavoro e di una maggiore collaborazione fra e con le varie comunità straniere residenti. Cionondimeno, AMC è convinta di un principio che in molti tendono ancora a trascurare e cioè quello per cui è del tutto inutile (e in alcuni casi anche dannoso) “fare qualcosa” per gli stranieri senza la loro attiva partecipazione. AMC ritiene allora necessario continuare a lavorare per il raggiungimento di tutti questi obiettivi al fine di riconoscere il giusto valore ai nuovi cittadini, sviluppare il confronto e le relazioni interculturali, creare occasioni di formazione al rispetto e all’incontro delle diversità, ed elaborare risposte nuove a un mondo che è già cambiato.

Massimiliano Mondelli

Presidente di AMO LA MIA CITTA’

Unioni Civili: intervista a Marilisa D’Amico (di Idapaola Sozzani)

Nonostante manchi in Italia, a differenza della maggior parte dei paesi  dell’Unione Europea, una legge nazionale per la tutela dei diritti delle coppie di fatto, dallo scorso 27 luglio 2012 Milano è entrata  nel novero dei Comuni italiani – più di ottanta ormai – che si sono dotati di un  Registro delle Unioni Civili, uno strumento amministrativo che promette di sanare le discriminazioni esistenti fra le coppie sposate e le coppie di fatto relativamente alla fruizione dei diritti che dipendono da provvedimenti di competenza comunale.

1) Prof.ssa D’Amico, può spiegarci di cosa si tratta e quali sono le motivazioni che rendono consigliabile e urgente l’istituzione nelle nostre città di questo strumento amministrativo?

Il Registro delle Unioni Civili costituisce un provvedimento dal valore molto importante, in quanto rappresenta una prima forma di riconoscimento di una realtà ormai imprescindibile sul territorio, ossia quella delle c.d. “nuove famiglie o unioni”, fondate, anziché su un rapporto di coniugio, sul legame affettivo dei loro componenti.

Più in particolare, il Registro delle Unioni Civili mira a conferire una formale attestazione di “unione anagrafica basata su vincolo affettivo” a coloro che, coabitando nello stesso Comune, ne facciano richiesta.

Sotto il profilo delle ragioni che motivano l’istituzione del Registro delle Unioni Civili, si pone, innanzitutto, l’assenza a livello nazionale di un intervento legislativo finalizzato a disciplinare la diffusissima realtà delle unioni basate sul legame affettivo. Il Comune di Milano – così come anche i numerosi Comuni che hanno istituito un Registro delle Unioni Civili – è, dunque, intervenuto, nel rispetto dei limiti delle proprie competenze, per fornire una prima forma riconoscimento formale a tali unioni.

Detto altrimenti, l’istituzione dei Registri delle Unioni Civili costituisce la risposta all’inadeguatezza dell’ordinamento giuridico italiano ad assicurare una tutela effettiva ai diritti delle unioni fondate su un vincolo affettivo, siano esse eterosessuali od omosessuali.

Da questo punto di vista e con riferimento all’esperienza del Comune di Milano, soprattutto per le coppie omosessuali che oggi sono le più discriminate, con l’istituzione del Registro delle Unioni Civili il Comune ha dimostrato di dare seguito alle importanti affermazioni della Corte costituzionale, che con la sentenza n. 138 del 2010, ha riconosciuto alle stesse il diritto “a vivere liberamente la propria condizione di coppia”, inserendole a pieno titolo tra le formazioni sociali protette dall’art. 2 Cost., chiedendo al legislatore di intervenire con una disciplina generale.  Nello stesso senso, si è pronunciata anche la Corte di Cassazione che, con la sentenza del 15 marzo 2012, n. 4184, ha riconosciuto in capo ai membri della coppia legata da un vincolo affettivo stabile la titolarità del diritto alla “vita familiare” e del diritto inviolabile di vivere liberamente la condizione di coppia, nonchè, in specifiche situazioni, il diritto a beneficiare un trattamento omogeneo a quello assicurato dalla legge alla coppia coniugata.

Inoltre, l’istituzione del Registro delle Unioni Civili vuole contribuire – nei limiti delle competenze che la Costituzione attribuisce ai Comuni – a colmare quel divario tra l’Italia e gli altri Stati membri dell’Unione Europea, che attualmente la pongono in una posizione di isolamento e di arretratezza quanto alle effettive garanzie assicurate alle unioni fondate su vincoli affettivi dall’ordinamento italiano.

2) Quali coppie possono iscriversi al registro, quali diritti verranno meglio garantiti e cosa cambia nella quotidianità delle persone?

Nel rispondere al quesito che mi viene posto prenderò come spunto il Registro delle Unioni Civili, istituito presso il Comune di Milano.

Per quanto attiene ai destinatari cui si rivolge la deliberazione d’iniziativa consiliare, che ha istituito presso il Comune di Milano il Registro delle Unioni Civili, può farsi riferimento a quanto dispone l’articolo 2 del Regolamento, che individua nella maggiore età dei richiedenti – dello stesso sesso o di sesso diverso –, nella coabitazione e nella dimora abituale nello stesso Comune i requisiti necessari ai fini dell’iscrizione al Registro.

Più in generale, è corretto affermare che possono richiedere l’iscrizione al Registro delle Unioni Civili, le c.d. “nuove famiglie”, ossia le unioni omosessuali e le coppie formatesi tra ex coniugi, in attesa dell’ottenimento del divorzio o del decorso del termine dei tre anni dal divorzio stesso, come previsto dalla legge per contrarre un nuovo matrimonio.

A questo proposito, è particolarmente importante richiamare la definizione, fornita dal Regolamento, che qualifica l’unione civile come un “insieme di persone legate da vincoli affettivi coabitanti ed aventi dimora abituale nello stesso comune”.

Per quanto riguarda, invece, gli effetti dell’iscrizione al Registro delle Unioni Civili, è opportuno, innanzitutto, rilevare come all’iscrizione consegua il riconoscimento formale dell’unione basata su vincolo affettivo, rilasciata dall’autorità pubblica più vicina ai cittadini.

In secondo luogo e con specifico riferimento all’esperienza milanese, il Regolamento indica precisamente le aree tematiche in cui potranno inserirsi gli interventi del Comune, al fine di predisporre azioni a sostegno di queste formazioni sociali. Si tratta, in particolare, di settori come la casa, la sanità e i servizi sociali, le politiche a sostegno di giovani, genitori e anziani, lo sport e il tempo libero, la scuola e i servizi educativi, i diritti e i trasporti.

In questi ambiti, quindi, per il Comune di Milano è possibile riconoscere diritti e prevedere azioni di sostegno per le famiglie anagrafiche registrate ai sensi del Regolamento, che quindi vedranno così riconosciuto il proprio legame affettivo.

3) Uno dei temi più delicati nel dibattito sulle coppie di fatto riguarda la possibilità di assistere il/la proprio/a compagna/o  in caso di malattia, in particolare nei casi in cui la persona malata non ha la capacità di esprimere la propria volontà. In queste situazioni il registro comunale può avere qualche tipo di effetto?

Indubbiamente, il tema della possibilità o meno per il convivente registrato di assistere il proprio partner, che versi in stato di incapacità di intendere e di volere, è uno degli aspetti più delicati e maggiormente discussi.

Con riferimento all’ipotesi prospettata, ritengo che il Registro delle Unioni Civili possa svolgere una funzione a tali fini.

Con riferimento al tema, può essere, infatti, importante richiamare la previsione del Regolamento, che ha istituito il Registro delle Unioni Civili presso il Comune di Milano, in cui è espressamente stabilito che l’iscritto al Registro è da equiparare al parente prossimo del “soggetto con cui si è iscritto” ai fini dell’assistenza (Si veda, l’art. 2, comma 5, del Regolamento).

Inoltre, è importante segnalare un’altra iniziativa, attualmente pendente dinanzi al Comune di Milano, volta all’istituzione del Registro delle dichiarazioni anticipate di fine vita.

In questo caso, sarebbe importante che il convivente registrato scegliesse di nominare quale proprio fiduciario il convivente.

In una simile prospettiva, il convivente registrato potrebbe svolgere un ruolo rilevante per quanto concerne le ipotesi in cui il proprio partner versi in stato di incapacità di intendere e di volere.

4) Per quanto riguarda la nostra città, in tutti i regolamenti del Comune di Como si fa esplicito riferimento alla “famiglia anagrafica” e questo dovrebbe essere garanzia di non discriminazione nell’accesso a servizi/benefici di competenza comunale (es.gradutoria alloggi ERP, asili nido ecc.). Vorremmo capire se questo punto di vista è corretto sotto il profilo giuridico e, in caso affermativo, dove sarebbe il vantaggio nell’istituzione del registro delle unioni civili, che potrebbe essere percepito, nella realtà del Comune di Como, come una sorta di inutile “duplicazione” di un registro già in essere;

Sotto il profilo evidenziato, è opportuno rilevare come l’iscrizione nel Registro delle Unioni Civili potrebbe indubbiamente assolvere alla finalità di garantire una maggiore organicità della materia, non incorrendo, pertanto, nel rischio di creare inutili “duplicazioni”.

Inoltre, si consideri che, accanto a tale funzione, l’iscrizione delle unioni basate su vincolo affettivo all’interno del Registro delle Unioni Civili potrebbe concorrere a ridurre lo spazio per scelte discrezionali abusive della pubblica amministrazione, garantendo, altresì, una maggiore certezza per quanto attiene alla conservazione dei documenti attestanti l’unione civile appositamente registrata.

5) Nel caso in cui fossero previsti, a livello comunale/provinciale/regionale delle agevolazioni o dei bonus specifici per le famiglie (in genere si tratta di interventi mirati e circoscritti nel tempo), l’iscrizione al registro avrebbe effetti sulle possibilità di accesso? Per es. nel caso in cui il beneficio previsto fosse riservato alle coppie sposate, la coppia non sposata, ma iscritta al registro, potrebbe essere considerata equiparata?

Innanzitutto, ritengo sia opportuno svolgere una prima considerazione di carattere preliminare.

Il Comune, infatti, non è competente a intervenire in materie o in ambiti riservati alla competenza della Provincia o della Regione, con la conseguenza che non potrà adottare provvedimenti amministrativi in ambiti diversi da quelli a lui specificatamente attribuiti.

In altre parole, il Comune non è competente ad intervenire nell’ambito di materie, che fuoriescano dalle sue competenze e che siano viceversa riservate alla competenza di enti locali di livello provinciale o regionale.

Se si guarda, invece, all’ambito d’intervento comunale, occorre distinguere a seconda che il Comune stabilisca o meno una preclusione, quanto all’estensione del beneficio che intenda attribuire.

Se il provvedimento del Comune non contiene alcun riferimento testuale alla coppia “sposata” o al carattere necessariamente eterosessuale della coppia destinataria del beneficio, il Registro delle Unioni Civili potrebbe eventualmente costituire il presupposto in base al quale estendere il beneficio considerato anche alle coppie registrate.

Ipotesi opposta si verificherebbe, invece, qualora fosse il Comune a circoscrivere il beneficio alle sole coppie coniugate oppure ad escludere espressamente dalla possibilità di usufruirne le coppie conviventi oppure composte da persone dello stesso sesso, ancorché regolarmente iscritte nel Registro delle Unioni Civili.

In tali casi, è evidente come l’iscrizione al Registro delle Unioni Civili non potrebbe assolvere alla funzione di estendere anche a tali categorie di coppie il medesimo beneficio, previsto in via esclusiva per la sola coppia coniugata.

6) A quasi un anno dal suo varo quale bilancio può trarre dell’esperienza del registro milanese, e quali sono le problematiche ancora scoperte, sia sotto il profilo dell’efficacia del registro, sia della latitanza di un assetto normativo certo a livello nazionale?

L’esperienza milanese, culminata con l’istituzione del Registro delle Unioni Civili, costituisce certamente la dimostrazione tangibile dell’ormai non più tollerabile inerzia del legislatore nazionale nel disciplinare la diffusa realtà delle unioni basate sul legame affettivo, siano esse eterosessuali o omosessuali.

Sotto questo profilo e a sostegno di quanto tale strumento rifletta la realtà attualmente emergente nella società civile, milanese ma non solo, i dati parlano molto chiaro.

A decorrere dalla data di apertura del Registro delle Unioni Civili, in data 18 settembre 2012, al mese di gennaio 2013, sono 422 le unioni civili effettuate (i dati richiamati si riferiscono all’arco temporale compreso tra il 18.9.2012 e l’8.01.2013).

Di queste, 315 sono costituite da coppie eterosessuali, mentre 127 sono le coppie omosessuali che hanno avanzato la medesima richiesta (i dati si riferiscono all’arco temporale compreso tra il 10.09.2012 e l’8.01.2013).

L’istituzione del Registro delle Unioni Civili presso il Comune di Milano mi vede, dunque, molto soddisfatta a fronte delle oramai numerosissime coppie, sia omosessuali che eterosessuali, attualmente iscritte o ancora in attesa di registrazione.

Sotto il profilo dei rapporti intercorrenti tra l’istituzione dei Registri delle Unioni Civili e l’assenza di una qualsiasi forma di riconoscimento delle unioni basate su un vincolo affettivo a livello nazionale, è opportuno evidenziare come, attraverso l’istituzione dei Registri, i Comuni abbiano inteso dare attuazione ad alcuni principi costituzionali fondamentali.

Ci si riferisce, in primo luogo, al principio costituzionale di eguaglianza e di non discriminazione.

Da questo punto di vista, infatti, l’istituzione del Registro delle Unioni Civili segna indiscutibilmente un passo in avanti nella protezione delle formazioni sociali diverse dalla famiglia tradizionale, ma non per questo meno degne di tutela, come le unioni omosessuali.

In secondo luogo, la delibera istitutiva del Registro delle Unioni Civili risulta ispirata al principio costituzionale di laicità, inteso non solo e non tanto come separazione dell’ordine statale e religioso, ma come metodo, che passa innanzitutto attraverso il dialogo e il confronto, finalizzato all’inclusione e all’integrazione sociale delle minoranze.

Il Registro delle Unioni Civili costituisce, dunque, un primo importantissimo stimolo, da un punto di vista culturale e simbolico, per futuri progressi nella direzione del riconoscimento giuridico delle coppie basate su vincolo affettivo a livello nazionale.

Sotto altro versante, costituisce il presupposto necessario affinché il Comune possa, nel rispetto delle sue competenze, tutelare e sostenere tali unioni al fine di superare ogni discriminazione e favorire la loro integrazione nel contesto sociale, culturale ed economico del territorio.

Ciò che può, dunque, ricavarsi dall’esperienza dell’istituzione dei Registri delle Unioni Civili è che la società “è più avanti del legislatore”, e come quest’ultimo in Italia non riesca ancora a svolgere pienamente il proprio compito, ossia quello di recepire, regolamentare e farsi portavoce delle istanze, sempre più pressanti, provenienti dalla società civile.

Ecco allora perché è sempre più urgente che la politica agisca in modo da entrare in campo, il prima possibile, dando un riconoscimento normativo alle unioni basate sul vincolo affettivo; ed ecco perché, quindi, l’intervento del Comune di Milano, come quello di tutti gli altri Comuni che si sono mossi in questa medesima direzione, acquisisce oggi tanto valore.

 

Marilisa D’Amico

Ordinario di Diritto costituzionale presso l’Università degli Studi di Milano, Avvocato cassazionista e Presidente della Commissione Affari Istituzionali presso il Comune di Milano

Sosteniamo Cécile Kyenge

L’Associazione d’Azione civica AMO LA MIA CITTA’ (AMC), il suo presidente Massimiliano Mondelli, il Consiglio direttivo composto da Roberto Acerbis, Chiara Bedetti, Pietro Coerezza, Pierluigi della Vigna, Danilo Lillia, Massimo Lozzi, Martino Villani, con l’assessora Gisella Introzzi e il consigliere Marco Servettini condannano fermamente gli ignobili attacchi razzisti rivolti alla ministra dell’Integrazione Cécile Kyenge.

AMC ha assistito avvilita e sgomenta alle numerose affermazioni xenofobe proferite in questi giorni all’indirizzo della neo ministra e accomunate da ignoranza e protervia infinite, capaci solo di richiamare vane farneticazioni fondate sul mito della superiorità della razza che già tanta sofferenza hanno inflitto all’Europa.

AMC è convinta che un modo efficace per contrastare ogni manifestazione di discriminazione e intolleranza sia da un lato aumentare la conoscenza reciproca fra nuovi e vecchi cittadini e dall’altro stimolare lo sviluppo culturale e sociale del Paese in questi anni così rovinosamente trascurato.

AMC confida che la nomina di Cécile Kyenge nel nuovo Governo italiano sappia sprigionare le forze migliori del nostro Paese che è chiamato dopo troppi anni di titubanze e incertezze a riconoscere finalmente uguali diritti e opportunità ai nuovi Italiani, nati o cresciuti nel nostro Paese. AMC è certa che solo riconoscendo uguale dignità a nuovi e vecchi cittadini sia possibile costruire le basi su cui far germogliare una vera Comunità capace di vincere le numerose e difficili sfide del nostro comune destino. E’ anche per questo motivo che sin dalla sua costituzione AMC lavora al rafforzamento delle capacità della nostra città per una sempre migliore accoglienza attraverso un fruttuoso confronto con i cittadini comaschi di origine straniera.

Alla signora ministra dell’integrazione, oltre che la piena solidarietà di AMO LA MIA CITTA’ per le ingiurie ricevute, vanno infine i più sinceri auguri di buon lavoro nella piena convinzione che le sue provate capacità saranno in grado di contribuire grandemente a sbloccare molti provvedimenti da troppo tempo in attesa di essere affrontati come la promulgazione di una nuova e più equa legge sull’immigrazione e la riforma delle norme sull’acquisizione della cittadinanza italiana.

 

Associazione di Azione civica AMO LA MIA CITTA’ (AMC)

COMO, 4 maggio 2013

Noi ci siamo! Riflessioni e confronti sulla partecipazione (con Franca Manoukian)

Martedì 26 Marzo, presso la Cooperativa Moltrasina alle 20.45
grazie a un’idea e all’organizzazione di Martino Villani e Mauro Oricchio

AMO LA MIA CITTA’ ha il piacere di invitarvi all’incontro con
FRANCA OLIVETTI MANOUKIAN

La partecipazione è uno dei temi maggiormente evocati nel dibattito pubblico locale e nazionale, ma è al contempo un concetto largamente sconosciuto. L’Associazione d’Azione Civica AMO LA MIA CITTA’ ne parlerà con una persona che da molti anni fa della partecipazione il fulcro della propria azione pubblica e professionale, Franca Olivetti Manoukian.
Cooperativa Moltrasina, via Raschi, 9 – Moltrasio

Elezioni regionali: sosteniamo Umberto Ambrosoli

In questi giorni, e da alcune settimane, molti membri di AMC lavorano con grande passione nelle due liste civiche regionali a sostegno di Umberto Ambrosoli (http://www.ambrosolilombardia2013.it) : PATTO CIVICO ed ETICO.

Non è necessario sottolineare l’importanza cruciale delle prossime elezioni e il fatto che una Lombardia finalmente gestita da una amministrazione onesta e capace potrebbe davvero riportarci quella dignità e fiducia per il futuro che ci sono state sequestrate… ormai fan vent’anni!

E’ per questo che ci sembra ORA utile esortare chi fosse interessato a sostenere gli sforzi di ETICO e PATTO CIVICO.

Per ETICO, il cui capolista a Como è Danilo Lillia, questi sono i link:

http://www.perunaltralombardia.it

https://www.facebook.com/etico.sinistra.como

Per PATTO CIVICO, il cui capolista a Como è Darko Pandakovic, cliccate qui:

http://www.conambrosolipresidente.it

https://www.facebook.com/ComoConAmbrosoliPresidente?fref=ts

Ci vediamo oggi a Como con Umberto Ambrosoli!

http://www.ambrosolilombardia2013.it

Il nuovo Mercato Coperto: un po’ di storia, un po’ di numeri (di Idapaola Sozzani)

Si cercano idee brillanti per la nuova piazza commerciale che sorgerà nel Mercato coperto di Como. Grazie a un mix commerciale innovativo e all’offerta associata di eventi, creatività e cultura potrà essere vissuto da cittadini e turisti come un nuovo spazio di socialità. E’ già aperta e durerà fino al 7 gennaio 2013 la prima fase di consultazione pubblica per la raccolta delle idee e delle manifestazioni di interesse per i nuovi spazi commerciali: in base a quanto emergerà, verrà predisposto il regolamento e il bando pubblico per l’assegnazione ai nuovi esercenti.
Il Mercato Coperto di Como, posto fra le vie Mentana e Sirtori, a ridosso della città murata, è annoverato fra i mercati di valenza storica della Lombardia. E’ ubicato in un pregevole edificio costruito nel 1934 su progetto del milanese ing. Mario Levacher. Il complesso si articola in quattro padiglioni monumentali separati da tre gallerie con coperture vetrate. Un piano interrato esteso sull’intera superficie alloggia magazzini, depositi e celle frigorifere. L’edificio, che tradizionalmente ha sempre ospitato il mercato della frutta e verdura della città – a cui nei decenni si sono aggiunti esercizi alimentari al dettaglio –, negli ultimi anni è stato sottoutilizzato e ha manifestato diverse problematiche di degrado e inadeguatezza funzionale.

Interventi di adeguamento e valorizzazione erano sollecitati dagli esercenti e dalle associazioni di categoria e ultimamente, dopo l’insediamento della nuova Giunta Lucini, si è messo mano al primo lotto dei lavori di riqualificazione strutturale, funzionale e logistica che all’interno del mercato interessano i 1600 mq dell’intero “padiglione grossisti”. L’intervento in atto fa riferimento a un progetto già sviluppato per intero dal Settore Edilizia Pubblica del Comune di Como, che era rimasto nel cassetto e a cui la nuova Amministrazione ha potuto dare attuazione grazie all’impegno dell’assessorato alle attività produttive guidato da Gisella Introzzi e di quello ai lavori pubblici di Daniela Gerosa: si tratta di una rilevante possibilità di riprogettare una delle polarità commerciali importanti all’interno del distretto commerciale urbano di Como.
I tempi previsti per la realizzazione dell’opera vanno dal giugno 2012 all’agosto 2013, mentre il valore dell’intervento è pari a 1.217.702,63 + IVA e verrà sostenuto economicamente dal Comune di Como e in minor misura con i fondi regionali per i cosiddetti DUC, i Distretti Urbani e Diffusi del Commercio che nelle intenzioni di Regione Lombardia – che li ha lanciati a metà del 2010 – si pongono come nuovo soggetto della governance urbana in ambito commerciale. Tra le città della Lombardia, Como si è accreditata per tempo in questo senso, e attraverso il DUC può esprimere una progettualità condivisa che coinvolge dialetticamente il Comune, le associazioni di categoria, i privati esercenti, gli operatori economici e i potenziali investitori, le banche e società di gestione, promozione e servizi.
Lo scopo di questa sinergia è la rivitalizzazione e rivisitazione aggiornata della vocazione commerciale della città e delle sue varie polarità, per permettere a Como di attirare investimenti, nuovi residenti e nuove imprese. Una sfida che oggi passa anche attraverso la creatività, gli eventi, l’offerta di cultura, l’appeal turistico: una scommessa che i nostri territori devono vincere anche in rapporto alle problematiche che la crisi attuale pone in paesi e città che vedono, dopo decenni di benessere, tante serrande di negozi abbassarsi definitivamente.
A lavori conclusi nel padiglione ristrutturato del Mercato sul piano strada troveranno posto 18 spazi commerciali al dettaglio affacciati su una galleria centrale a guisa di moderna piazza coperta che fungerà da spazio polifunzionale per eventi, spettacoli, intrattenimento e mostre, e sarà dotato di connessione Wi- Fi con connessione Internet; si è immaginata un’area per il gioco e l’intrattenimento dei bambini, e un funzionale info point a servizio del turista. La superficie commerciale è stata quasi raddoppiata mediante realizzazione di un secondo piano con soppalco dove si prevede una galleria di 500 mq con altri spazi vendita ed espositivi aaccanto a un’area bar – punto ristorazione sviluppata su altri 200 mq. Nel contesto del nuovo padiglione potranno trovarere spazio concept e servizi nuovi legati al commercio : come servizi di recapito a domicilio etc, in cui inserire cooperative di giovani che troverebbero qui varie occasioni di lavoro.
L’innesto delle nuove attività sulla Piazza del Mercato è l’occasione per sviluppare un format inedito e un “pilota” della nuova proposta commerciale a Como, che sappia intercettare il cliente e incontrarlo sulle nuove direzioni in cui si muove oggi la domanda commerciale.
L’innovazione, d’altronde, si nota già dal modello di comunicazione adottato per far conoscere e per promuove il progetto: tutto è all’insegna della chiarezza e della trasparenza a partire dalla cartellonistica apparsa in città e ogni informazione può essere reperita direttamente sul sito del Comune oltre che presso gli uffici.
Merceologie innovative, imprese fatte da giovani per i giovani, realizzazioni multimediali e laboratori di creatività, coinvolgimento emotivo e originalità dei prodotti e dei servizi, – con un alto valore aggiunto in termini di filiera corta, ecosostenibilità e logistica – potranno trovare un abbinamento felice con l’offerta, negli spazi sociali accanto ai negozi, di eventi e attrattive culturali, opportunità associative, di servizi e turistiche. Un mix innovativo di esperienze che può rappresentare la soluzione per rivitalizzare un luogo centralissimo e storico della nostra città, – vicino al mercato delle bancarelle e al centro città, ben servito dall’Autosilo, dai mezzi pubblici e dalle Ferrovie Nord – e restituirgli la giusta visibilità e la frequentazione che si merita. Una visibilità che andrà sostenuta anche con strategie di comunicazione commerciale e turistica nuove, per offrire a cittadini, visitatori e turisti momenti di socializzazione, svago e cultura accanto alle opportunità commerciali.
L’avviso pubblico e l’informativa per la manifestazione di interesse è pubblicato sul sito del Comune http://www.comune.como.it nell’Albo Pretorio on-line alla voce Avvisi: http://albopretorio.comune.como.it

Idapaola Sozzani