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A proposito del “monumento Libeskind” – La posizione di AMO LA MIA CITTA’ (AMC)

La crisi insegna che occorre sapere trasformare i rischi in opportunità. Ma le opportunità non attentamente valutate possono diventare rischi (paratie e Ticosa docent)

Como è una città ricca. Ricca di energie, di capacità creative, di slancio solidaristico. Decine e decine di associazioni sono lì a dimostrarlo, occupandosi di dare assistenza a chi è in situazione di difficoltà e disagio, di rendere la città più pulita, di prendersi cura di anziani o bambini, di portare solidarietà fuori dai nostri confini.

La scelta di “Amici di Como” di operare per il bene della città si inserisce felicemente in questo contesto operoso al fine di rendere più bella la città e aiutare l’amministrazione nella realizzazione o nel completamento di opere che – causa tagli nei trasferimenti statali, aggravati da complicazioni burocratiche che appesantiscono ogni iter – il Comune non riesce a sostenere autonomamente. Guardiamo certamente con gratitudine all’intervento che ha permesso la fruizione di parte del lungolago reso inagibile da imperdonabili errori di passate amministrazioni. Il dono della scultura di Daniel Libeskind è così l’ultima, in ordine di tempo, di realizzazioni significative per la città. Un progetto a favore di Como che ha lo stesso valore dell’impegno che altri cittadini manifestano con altre modalità, spesso in modo anonimo ma con altrettanta generosità.

E’ importante che questo dono, questo contributo al ben-essere della città avvenga in armonia con la città stessa, senza spingere a dannose forzature capaci solo di sollevare forti contrapposizioni. E l’amministrazione comunale non dovrebbe essere messa nella condizione di schierarsi a favore o contro l’installazione della scultura in uno dei luoghi più simbolici della città. A sostenere un cosiddetto fronte degli innovatori in contrapposizione a presunti conservatori.

Il giudizio sul valore artistico della scultura esula completamente da queste considerazioni e crediamo possa difficilmente essere ricondotto a una valutazione unanime. Non è quindi su questo aspetto che vale la pena di soffermarsi, anche se le dichiarazioni ascoltate in questi giorni sulle ragioni che avrebbero ispirato l’architetto statunitense a ideare l’opera in omaggio ad Alessandro Volta, alla luce del progetto Gazprom di San Pietroburgo, suonano come una fantasiosa quanto fastidiosa fola.

Ora è indispensabile, per rispetto nei confronti dell’intera cittadinanza, che l’installazione della scultura – donata alla città – avvenga davvero e completamente in condizioni di totale gratuità. E che nessun onere, né presente né futuro, né diretto né indiretto, sia messo a carico della collettività.

Nessun onere di manutenzione per un periodo di tempo sufficientemente esteso, nessun onere di assicurazione contro i tanti imprevisti che minacciano una installazione complessa, una garanzia nell’eventualità di una necessaria rimozione del manufatto.

Pensiamo che queste siano le condizioni minime che debbano accompagnare l’impegno dei donatori nei confronti della città, affinché il loro gesto non prevarichi la cittadinanza che non ha avuto né il modo, né il tempo di valutarne le conseguenze.

 

AMO LA MIA CITTA’

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19 Giugno – FORZE CIVICHE e DEBOLEZZE POLITICHE: Partecipazione, rappresentanza e democrazia

Nei mesi scorsi abbiamo assistito all’emergere di una nuova e al tempo stesso antichissima coscienza civile e sociale che ha mosso numerosi cittadini a proporsi come strumento attivo e diretto per la gestione della “cosa pubblica”. In tale contesto, Como e la Lombardia hanno sprigionato una grande energia che ha generato o rafforzato molte associazioni e liste accomunate sì dallo spaesamento nei confronti di una politica partitica in difficoltà, ma anche e soprattutto da un forte senso di responsabilità verso la propria comunità. In una parola, dal civismo. Per quanto capace di coinvolgere molti cittadini in un rinnovato impegno civile questa nuova e al tempo stesso antica forza lascia trasparire delle debolezze politiche che devono essere affrontate e risolte se il civismo vorrà continuare a contribuire al risanamento etico ed economico del nostro Paese. Il titolo dell’incontro “forze civiche e debolezze politiche” evoca in effetti non solo l’attuale difficoltà dei partiti tradizionali, ma anche l’immagine del civismo incapace – per sua natura forse – di grande incisività se non a livello locale.
Il termine civismo (civisme) nasce assai significativamente agli albori della rivoluzione francese dal vocabolo latino civis-cittadino e lo si definisce forse in modo un po’ aulico come “nobiltà di sentimenti civili, alto senso dei propri doveri di cittadino e di concittadino, che spinge a trascurare o sacrificare il benessere proprio per l’utilità comune” (Treccani). In altre parole, il civismo affonda le proprie radici nella limpida consapevolezza dei diritti/doveri alla base del contratto sociale e si manifesta in azioni volte alla realizzazione dell’interesse comune. Come la forza di una società giusta si estrinseca attraverso l’osservanza delle norme del vivere civile e solidale non meno che nel rispetto per i diritti inviolabili del singolo, così il civismo richiede non solo un sistema di valori profondamente democratici, ma anche un’azione tesa ad un benessere sociale condiviso che permetta il pieno compimento dello Stato di diritto.
In Italia il fenomeno del civismo affonda le radici più recenti nella crisi dei partiti della Prima Repubblica, si inserisce nel vuoto creato dalle difficoltà economiche e politiche dei primi anni Novanta del secolo scorso e si rafforza in quella dei primi anni Dieci. In questa attuale e lunga fase di forte flessione economica e di montante disagio sociale, assistiamo al consolidarsi di un associazionismo tenacemente volto alla difesa dei beni comuni e al rispetto di un vivere civile responsabile e sostenibile. In questi anni il civismo, attraverso le liste civiche, si è confermato come vitalità capace di catalizzare parte del consenso dei cittadini in cerca di nuove forme di partecipazione. Consociando individui non necessariamente della stessa cultura politica mediante un obiettivo comune legato alla tutela e alla gestione dei beni appartenenti alla stessa comunità è indubbio che il civismo abbia un potere aggregante molto forte. Ciononostante, anche se a volte il civismo riesce ad attrarre consenso in quegli elettori che non trovano piena e soddisfacente rappresentanza nell’attuale sistema partitico, non si può negare che la sua natura composita non sia fonte di incertezze, di debolezze, per l’appunto, politiche. E in ogni caso, essendo il consenso nei confronti delle liste civiche molto più facilmente catalizzabile localmente che su scala nazionale, e molto più su problematiche concrete che valoriali-ideologiche, il consolidamento politico dell’azione civica risulta, per ora e di per sé, difficile.
Tali e simili considerazioni lasciano il campo a numerosi interrogativi che tenteremo di affrontare nel corso dell’incontro del 19 giugno. Per fare solo alcuni esempi: in uno scenario politico caratterizzato dal crollo dei consensi nei confronti dei partiti tradizionali, dall’ascesa dell’astensionismo e dalla traiettoria apparentemente meteoritica del movimentismo M5S, che spazio c’è – se c’è – per il civismo? Fa forse parte della natura del civismo l’impossibilità di trasformarsi in vero soggetto politico regionale o nazionale? Tale trasformazione minerebbe la sua base fondante e la sua forza, sfigurando l’identità dei cittadini di per se stessi non organicamente partitici? E se, invece, è possibile un civismo organizzato e strutturato, questo può costituire una forma efficace di partecipazione politica attiva al fianco dei partiti tradizionali?
Oppure il civismo coltiva una visione politica alternativa al sistema dei partiti? E ancora, se è lecito stupirsi quando il Prof. Massimo Cacciari afferma che un certo civismo fuori dalle comunità locali non sia altro che una “cretinata”, si può non essere d’accordo con lui quando sostiene che al nostro Paese servono partiti forti e nazionali? E se è vero che civismo e passione civile sono sinonimi, è altrettanto vero che quest’ultima ha sempre costituito la linfa vitale di qualsiasi partito sano e democratico: perché allora il civismo sembra nutrire crescente diffidenza nell’esprimersi in seno ai partiti tradizionali? I partiti tendono troppo sovente a servirsi del civismo nel corso delle campagne elettorali e trascurarlo durante l’amministrazione della cosa pubblica? Ma se è così, quali possono essere allora le modalità di interazione tra movimenti civici e partiti per migliorare la politica e le Istituzioni nel nostro Paese? Come può, se può e se vuole, il civismo sostenere tale interazione? E infine, può l’esperienza comasca e lombarda proporre alcune risposte a tali interrogativi?
AMO LA MIA CITTA’ (AMC) è nata un anno fa con l’ambizione di contribuire alla rigenerazione della nostra città e al rafforzamento di una azione partecipata per un’amministrazione virtuosa della cosa pubblica. Certamente qualcosa è stato fatto, ma altrettanto certamente c’è ancora molto da fare, soprattutto per quanto riguarda quell’ “abbattere il muro fra palazzo e cittadini” di cui avevamo fatto nostra bandiera. A un anno dalla fondazione, è giunto il momento di interrogarci sul percorso svolto confrontandoci con i grandi movimenti civici lombardi per poter tracciare le linee da seguire nei prossimi anni di amministrazione e impegno civile.

19 giugno 2013 – Cooperativa La Moltrasina – Moltrasio (CO)
Ore 19h00 Buffet
Ore 20h45 Colloquio

Introdurranno il dibattito:
Andrea Di Stefano – fondatore di ETICO e capolista nella provincia di Milano alle scorse elezioni regionali
Corrado Valsecchi – coordinatore regionale di LISTE CIVICHE – fondatore di APPELLO PER LECCO
Darko Pandakovic – capolista nella provincia di Como per PATTO CIVICO alle scorse elezioni regionali
Danilo Lillia – capolista nella provincia di Como per la lista ETICO alle scorse elezioni regionali
Moderatrice:
Gisella Introzzi – assessora al lavoro e alle attività produttive del Comune di Como, Fondatrice di AMC

Scarica la presentazione

La condizione delle seconde generazioni di figli di stranieri

Secondo l’attuale normativa quest’anno circa 15.000 adolescenti nati nel nostro Paese e di origine straniera (registrati all’anagrafe e residenti senza interruzioni in Italia) potranno diventare italiani. Per essere riconosciuti nostri connazionali a tutti gli effetti, queste ragazze e questi ragazzi dovranno presentare una richiesta al Comune di residenza tra il diciottesimo e il diciannovesimo anno di età. Se per qualsiasi ragione questo lasso temporale di un anno dovesse trascorrere senza che tale domanda venga formulata (cosa non rara vista la scarsa conoscenza della norma), il soggetto interessato pur culturalmente e affettivamente italiano non potrà far altro che chiedere il permesso di soggiorno, poi i rinnovi e attendere di essere riconosciuto dopo anni, finalmente, cittadino italiano.

Situazione ancora più difficile è quella dei ragazzi che vivono la loro infanzia e adolescenza in Italia ma sono nati all’estero da genitori stranieri. Al compimento della maggiore età, questi soggetti non hanno alcun percorso ad hoc per acquisire la cittadinanza italiana e sono costretti dal nostro Stato (da noi, quindi) a un crudele paradosso: da un lato sono cresciuti in un Paese che non li riconosce, dall’altro non hanno altra patria se non l’Italia. Questo stato di cose crea una situazione potenzialmente pericolosa, oltre che una condizione profondamente frustrante e ingiusta.

Le seconde generazioni maggiorenni nate all’estero, così come quelle nate in Italia ma che non hanno fatto richiesta di cittadinanza alla maggiore età, possono rinnovare il permesso di soggiorno per motivi familiari. Tale permesso sarà valido per la durata del permesso di soggiorno dei genitori, purché vengano soddisfatte le condizioni di reddito e di alloggio richieste per il ricongiungimento familiare.

In alternativa, le seconde generazioni possono ottenere un permesso di soggiorno per motivi di studio. Questo tipo di documento ha validità annuale: visti i tempi amministrativi italiani accade spesso che il permesso di soggiorno venga di fatto rilasciato già scaduto, creando così grandi difficoltà e frustrazioni ai titolari del permesso e ai loro famigliari.

Raggiunta la maggiore età, terminati gli studi e usciti dalla casa materna-paterna, per questi ragazzi le difficoltà sono ancora più rilevanti poiché per poter rinnovare il permesso di soggiorno è necessario essere in possesso di un contratto di lavoro. In mancanza di ciò, le autorità italiane rilasciano un “permesso di soggiorno per attesa occupazione” della durata di sei mesi, non rinnovabile. Dato l’alto tasso di disoccupazione giovanile nel nostro Paese, è evidente che i problemi ai quali questi giovani devono far fronte siano tutto tranne che marginali.

Infine, non essendo riconosciute come italiane, queste seconde generazioni sono escluse dai concorsi pubblici, dall’iscrizione ad alcuni albi professionali, da molte opportunità di studio e formazione e non possono accedere al servizio civile nazionale. E’ importante sottolineare che nella maggior parte dei casi si tratta di figli d’immigrati arrivati qui da piccolissimi, che hanno frequentato le scuole italiane e che hanno l’italiano come lingua madre, esattamente come i nati in Italia da famiglie italiane da generazioni.

Le seconde generazioni figlie di immigrati costituiscono senza ombra di dubbio una formidabile risorsa per la nostra comunità nazionale sia dal punto di vista culturale che economico. Ciononostante, l’Italia sembra fare di tutto per frustrarne le potenzialità e, in ultima analisi, negarne la dignità. In attesa di una nuova norma nazionale che sani questo vulnus nella nostra società, AMO LA MIA CITTA’ ritiene – in piena sintonia con il pensiero e le parole del Capo dello Stato, Giorgio Napolitano – che l’attribuzione della cittadinanza simbolica, pur senza alcun valore giuridico, rappresenti “un prezioso contributo per un’opera di sensibilizzazione dell’opinione pubblica” capace di “riconoscere le seconde generazioni come parte integrante della nostra società”.

www.secondegenerazioni.it

Etnos e urbs, la trama del dialogo (di Jean-Léonard Touadi )

Una volta le città si proteggevano dall’arrivo dei “barbari” e i confini erano molto netti e visibili tra “noi” – chi era dentro – e gli altri – chi viveva fuori. I “barbari” potevano attentare all’incolumità fisica della città espugnandone le mura; oppure rappresentavano un’insidia mortale per l’identità culturale di cui la lingua era un veicolo fondamentale.

Oggi le città sono spazi aperti, luoghi in cui la sicurezza fisica è tutta da costruire e l’identità culturale non è più riconducibile – se mai lo fosse stato – ad una purezza unica da salvaguardare. Lo spazio cittadino è sempre più un terreno di confronto, di scontro e d’incontro possibili tra mondi identitari eterogenei.

Le città stanno diventando sempre più dei laboratori d’innovazione, contenitori di mutamenti profondi che toccano lo spazio fisico, la creatività culturale, la dinamica delle relazioni interpersonali, la costruzione stessa delle individualità.

All’interno di questa dinamica, l’immigrazione rappresenta un potente fattore di configurazione delle nuove complessità urbane. Ci sono quasi 5 milioni di persone straniere regolarmente residenti in Italia. Un dato che evidenzia in modo plastico il cambiamento di status dell’Italia da paese di emigrazione a paese di immigrazione.

Negli ultimi dieci anni il numero degli immigrati è aumentato del 150% incidendo anche sullo sviluppo produttivo e demografico. Più del 9% del Pil è prodotto da lavoratori stranieri; il loro contributo al gettito fiscale è stimato a più di 6 miliardi di euro. Lentamente, ma in maniera irreversibile, la presenza dei cittadini stranieri in alcune metropoli come Milano e Roma sfiora il 10% d’incidenza rispetto alla popolazione indigena e ovunque la media supera il 7%. Una presenza stabile, organica, destinata a modificare in profondità non solo la struttura sociologica, ma il volto fisico e l’anima culturale delle comunità metropolitane.

Una presenza ricca di premesse positive, ma anche densa d’incognite. Proprio per questo riteniamo che la sfida dell’integrazione dei nuovi cittadini nelle nostre città misurerà la qualità e l’adeguatezza della proposta politica complessiva delle forze politiche.

L’immigrazione genera molti aspetti del governo delle città: dall’urbanistica agli spazi culturali; dall’accesso ai servizi alla sicurezza; dalla questione giovanile alla promozione dei servizi dedicati alle donne.

Ecco come l’ex sindaco di Torino Chiamparino affrontava nel 2009 il tema della presenza degli stranieri nella sua città: «In molti comuni, specie al Nord, siamo sopra il 20% di persone in rapporto alla popolazione.

La stampa, giustamente dal suo punto di vista, parla soprattutto delle emergenze legate ad alcuni quartieri simbolo. Però i problemi con i quali dobbiamo misurarci sono molti altri e spesso non hanno lo stesso rilievo di cronaca: l’abbandono di alcuni spazi pubblici da parte dei residenti storici; il rischio che nei quartieri, non soltanto in quelli più noti, si formino delle sorti di cittadelle monoetniche chiuse nei confronti di altre popolazioni; le difficoltà nel supporto alle scuole che hanno inserimenti di minori stranieri.

Non nascondiamoci dietro a un dito: fenomeni isolati finché si vuole, ma fenomeni di xenofobia e razzismo che in modo più o meno evidente ci sono e che vanno capiti per poter essere contrastati. Non vanno, come dire, “esorcizzati”. Difficoltà di convivenza con le comunità, in particolare rom, ci sono in tutte le grandi città, come ci sono molti problemi; alcuni li ho già citati prima parlando del lavoro nero, dello sfruttamento del lavoro nero, degli incidenti sul lavoro».

Un quadro realistico, con luci e ombre, quello tracciato dall’ex sindaco di Torino, per molti anni presidenti dell’Anci. Mi permetterei solo di aggiungere la grande vivacità culturale dei cittadini stranieri che si esprime attraverso la proliferazione di gallerie d’arte dedicate alle produzioni dei paesi d’origine; il moltiplicarsi d’iniziative culturali come scuole di danza, stage di animazione teatrali destinati sia alle scuole che al grande pubblico; l’esistenza di libreria e di biblioteche che offrono pubblicazioni di culture non europee in italiano e in lingue originali.

Un mosaico di opportunità culturali dove quello che una volta era l’esotico diventa vicino, si fa offerta culturale, un ponte di conoscenza e di allargamento degli orizzonti.

Come far convivere tutta questa ricchezza? Per prima cosa bisogna evitare la formazione dei ghetti. Quest’ultimi prendono vita attraverso un processo di auto-ghettizzazione delle comunità che – di fronte a quello che viene vissuto o percepito a torto o a ragione come un rifiuto della comunità ospitante – tendono a chiudersi e a intensificare le reti capillari di comunicazione interne alla stessa comunità in modo da escludere non solo gli italiani, ma anche le altre comunità straniere.

Al tempo stesso, la nascita dei ghetti è anche il frutto di una marginalizzazione diretta o indiretta della comunità ospitante italiana. Rifiuto di affittare a stranieri, costi troppo elevati delle residenze, luoghi accuratamente evitati perché percepiti dagli italiani come “insicuri”. Ma l’insicurezza spesso è solo insofferenza, paura del diverso nella città.

Gli altri sono percepiti e vissuti come “persone in esubero” come dice Z. Bauman: «I Essere in esubero significa essere in soprannumero, non necessari, inutili, indipendentemente dai bisogni e dagli usi che fissano lo standard di ciò che è utile e indispensabile. Gli altri non hanno bisogno di te, possono stare senza di te, possono stare senza di te e cavarsela altrettanto bene, anzi meglio» (Vite di scarto, Ed. Laterza).

Occorre un nuovo piano regolatore che tenga conto della dimensione interculturale della città. Evitare di concentrare in un solo pezzo di città tutti gli esercizi commerciali cosiddetti “etnici”. Lo strumento della concezione delle licenze commerciali, lungi dall’essere un mero atto burocratico, diventa uno strumento di pianificazione urbanistica, tanto per fare un esempio. Perché la formazione dei ghetti urbani è il fallimento dell’intercultura. Essa significa pensare l’integrazione come una mera coesistenza spazio-temporale tra comunità che si ignorano.

La città, invece, è un organismo vivente con un rapporto si supporto strumentale, di fecondità relazionale tra i membri. La città è il luogo dove gli spazi di condivisione devono crescere per favorire la conoscenza, la risoluzione dei conflitti, la nascita di utopie condivise.

La scuola nella città interculturale è il luogo della “formazione dell’uomo e del cittadino”. Sono 750.000 gli alunni con cittadinanza non italiana seduti sui banchi di scuola nell’anno scolastico 2011/2012. Sono l’8,5% sul totale della popolazione scolastica. Una palestra di cittadinanza è anche la parte più visibile e promettente del cambiamento delle nostre città. Dentro le mura di scuola si trova la linfa vitale della città futura.

La scuola deve perciò essere accogliente nel doppio senso di fare spazio ai nuovi cittadini e, con loro, il bagaglio culturale, religioso e spirituale di cui sono portatori; nello stesso tempo aiutare i nuovi cittadini ad essere pienamente italiani. La pedagogia interculturale ha questo di pregevole: essa aiuta l’osmosi dei mondi verso una conoscenza più ricca. Ma la scuola è anche un potente fattore d’integrazione per i genitori che – grazie ai loro figli – entrano a fare parte della comunità formata dagli insegnanti e dagli altri genitori.

Infine, possiamo puntare sulla mediazione interculturale che è insieme un approccio complessivo più aperto all’alterità e una dinamica relazionale che mette in circuito le diversità. Le biblioteche, gli sportelli sociali, i centri di aggregazione giovanili, i teatri e le ludoteche diventano quei spazi di contaminazione interculturale di cui si nutre la città plurale. Sono gli spazi della costruzione di un alfabeto comune della città di tutti.

La città di domani avrà bisogno di mediatori culturali, ma è tutta la comunità che deve assimilare una forma mentis interculturale per riconoscere la diversità, valorizzarla, risolvere i conflitti e offrire soluzioni che renda la vita collettiva più serena e riconciliata. Le politiche dell’intercultura sono una pedagogia di accompagnamento dei territori e delle comunità verso la leggibilità e vivibilità di una società complessa.

Jean-Léonard Touadi, Etnos e urbs, la trama del dialogo, in “Per il buon governo delle città”, numero 8, aprile 2012, Tamtàm democratico.

http://www.tamtamdemocratico.it/doc/234434/etnos-e-urbs-la-trama-del-dialogo.htm

Lo ius soli e l’incapacità degli italiani a pensarsi “diversi” (di Marco Antonsich – 17 maggio 2013)

Da una parte c’è un signore genovese con i capelli bianchi che chiede un referendum sullo ius soli. Dall’altra c’è un governatore pugliese che rimanda accuse di fascista a chi nega il diritto di cittadinanza alla nascita. In mezzo, o più spostato verso Genova, c’è un nutrito gruppo di fazzoletti e camicie verdi che chiamano in causa il ministro Kyenge ogni qualvolta un nero in Italia compie qualche atto criminoso – come se la povera neo-ministra fosse il rappresentante dei neri in Italia e non di tutti gli italiani, quale che sia il loro colore, che in Parlamento l’hanno eletta. Da oscura rivendicazione, relegata tra le seconde generazioni, lo ius soli sta emergendo come la nuova star dello scontro politico in Italia. Non credo che questo sinceramente gli faccia bene.

Spostarlo dal terreno moderato di una legittima rivendicazione giuridica, fatta propria anche dal Presidente della Repubblica, a quello infuocato dello scontro politico rischia di fargli perdere consensi. E sì che secondo un sondaggio Istat del 2011 ben il 72% degli italiani lo riteneva richiesta accettabilissima. Fosse fatto oggi credo che il sondaggio darebbe ben altro esito. Il problema è che oggi lo ius soli (seppur temperato) non è più visto come la concessione benevola da parte di un buon pater familias italiano verso alcuni dei suoi figli meno fortunati o illegittimi, ma la richiesta di un ministro ‘straniero’, nero per di più, che lo rivendica come diritto sacrosanto.

Addio 72%…

Ma, ripeto, non è questo il punto, pur con tutta la mia simpatia verso coloro che giustamente chiedono una riforma dell’attuale legge sulla cittadinanza. Il punto è invece che tutto questo gran clamore attorno allo ius soli rischia di spostare l’attenzione da quello che è il vero problema. L’incapacità degli italiani a pensarsi ‘diversi’. Scrive Grillo sul suo blog che lo ius soli è “una decisione che può cambiare nel tempo la geografia del Paese”. Ma caro signor Grillo non vede che questa geografia è già cambiata, con buona pace dello ius soli?

Oggi in Italia gli stranieri sono circa il 7,5% della popolazione totale. A Milano la cifra sale al 14%. Una proiezione demografica Eurostat afferma che tra cinquant’anni, i residenti in Italia con almeno un genitore straniero saranno tra il 30% e il 40%.

Cosa vogliamo fare, continuare a lacerarci le vesti sullo ius soli o cercare di portare avanti una seria riflessione, nel dibattito politico, nelle scuole, e nella sfera pubblica più in generale, per comprendere come declinare “Italia” e “italiano/a” al plurale (e in diversi colori)? Ci piaccia o no questa è la realtà. E sarà bene guardarla in faccia e discuterla al di là di un mero dibattito legalistico sullo ius soli; buono forse questo per ottenere consenso elettorale, nell’uno e nell’altro campo, ma incapace di rispondere all’Italia che oggi è già cambiata e domani cambierà ancor di più. È la nazione che deve essere ripensata.

“Noi” chi siamo?

Credo che questo sia il vero problema che rischia di passare sotto silenzio nel gran clamore che circonda oggi lo ius soli.

Marco Antonsich

http://lacittanuova.milano.corriere.it/2013/05/17/lincapacita-degli-italiani-a-pensarsi-diversi/

Il discorso di Letta e i “nuovi italiani” nel lessico istituzionale (di Marco Antonsich, 7 maggio 2013)

La nomina di Cécile Kyenge a Ministro per l’Integrazione e il discorso programmatico del nuovo governo Letta sono due momenti importanti per capire la trasformazione del nostro Paese. Sul primo, già è stato scritto tanto, anche su questo Blog. Il secondo momento, invece, pare essere passato più sotto silenzio. Queste le parole di Letta in aula il 29 aprile: “Bisogna fare tesoro della voglia di fare dei nuovi italiani, così come bisogna valorizzare gli italiani all’estero. La nomina di Cécile Kyenge significa una nuova concezione di confine, da barriera a speranza, da limite invalicabile a ponte tra comunità diverse. La società della conoscenza e dell’integrazione si costruisce sui banchi della scuola e nell’università.”

Da alcuni anni mi interesso di questioni identitarie legate alla trasformazione multiculturale delle società occidentali e, all’Università inglese di Loughbourough, dove lavoro come ricercatore in Geografia umana, insegno oggi un corso intitolato Global Migration. Le considerazioni che seguono sono quindi il prodotto di un punto di vista particolare, ma che spero possa stimolare un ampio dibattito. Per ragioni di spazio, traccio queste mie considerazioni in maniera molto schematica, ma spero sufficiente per far capire al lettore sia l’importanza del passaggio sopra accennato, sia i suoi limiti:

1) Il termine ‘nuovi italiani’ viene legittimato come termine istituzionale: dall’Accademia che lo aveva prodotto ai mass-media che lo avevano ripreso, entra oggi a pieno titolo nelle istituzioni.

2) Seguendo la logica del governo di ampie intese, Letta dà un colpo alla botte (‘nuovi italiani’) e uno al cerchio (‘italiani all’estero’) – sono due realtà diversissime, ma mettendole assieme, Letta rischia di snaturare l’importanza e unicità della questione del cambiamento demografico in atto nel nostro Paese.

3) Bella l’immagine di speranza ed incontro legata al confine, che in Italia da un po’ di tempo a questa parte evoca solo storie di blocchi e respingimenti. Per definizione, il confine è momento di separazione e di incontro – privilegiare uno solo di questi due momenti produce un Paese disfunzionale.

4) Letta utilizza il termine ‘comunità’ – termine di uso quotidiano nella realtà multiculturale britannica, da alcuni definita “a community of communities”, una comunità formata da tante comunità (inglese bianca, asiatica, cinese, afro-caraibica, ecc.). Non credo che Letta alluda a questo scenario communitarista, oggi in crisi in Gran Bretagna, così come in crisi è anche il modello repubblicano di integrazione adottato altrove. Tuttavia una chiara riflessione su quale società vogliamo è necessaria, al di là dei generici richiami all’interculturalismo che hanno finora caratterizzato le nostre istituzioni.

5) Magari leggo più di quanto Letta abbia voluto dire, ma reputo importante che alla scuola e all’università egli abbia associato ‘conoscenza’ a ‘integrazione’. Se l’integrazione è spesso richiesta ai nuovi arrivati, la conoscenza è dovere indispensabile per quelli che qui già vivono. Non ci può essere integrazione effettiva se gli ‘italiani’ non sono disposti a conoscere i ‘nuovi italiani’. Il dovere è reciproco.

Mentre il diritto alla cittadinanza pare oggi monopolizzare l’intero dibattito riguardo ai ‘nuovi italiani’, Letta sembra giustamente guardare oltre. La cittadinanza di per sé non basta a creare integrazione. Occorre una riflessione profonda, a partire dalle scuole, su cosa oggi significhi essere ‘italiani’ (senza aggettivi).

Marco Antonsich, 7 maggio 2013

http://lacittanuova.milano.corriere.it/2013/05/07/nuovi-italiani-per-una-nuova-italia/

Come si diventa cittadini italiani (di Anna Franchin, L’Internazionale, 8 maggio 2013)

Il requisito principale per essere cittadini italiani è avere il padre o la madre italiani.

La cittadinanza è una condizione che lega un individuo e uno stato, e comporta diritti e doveri. Tra i diritti ci sono quelli civili come la libertà personale o l’uguaglianza di fronte alla legge, quelli politici come il diritto di voto o la possibilità di ottenere incarichi pubblici, e quelli sociali come il diritto alla salute e al lavoro. Tra i doveri c’è la fedeltà allo stato, che in certi paesi può tradursi nel servizio militare obbligatorio.

Chi non ha la cittadinanza del paese in cui si trova è straniero (se è cittadino di un altro paese) o apolide (se non ha nessuna cittadinanza).

I princìpi su cui si basano gli stati per concedere la cittadinanza agli stranieri residenti sul proprio territorio sono fondamentalmente tre: ius soli, ius sanguinis e ius domicilii. Ma le leggi che applicano questi princìpi cambiano da paese a paese.

Ius sanguinis (diritto di sangue): in base a questo principio la cittadinanza di uno stato spetta ai figli dei suoi cittadini (e in certi casi anche a discendenti più lontani), a prescindere dal luogo in cui nascono. La cittadinanza italiana si basa principalmente su questa regola.

Ius soli (diritto del suolo): in questo caso la cittadinanza spetta a tutte le persone che nascono sul territorio dello stato, indipendentemente dalla cittadinanza dei loro genitori.

Ius domicilii (diritto del domicilio): la cittadinanza è concessa a chi risiede stabilmente nel territorio di uno stato. La durata minima del periodo di residenza cambia da paese a paese: in Belgio è di tre anni, in Austria o in Spagna di dieci.

Si può diventare cittadino di un paese anche per iure communicatio, cioè attraverso la trasmissione della cittadinanza da un componente all’altro all’interno di una famiglia (per esempio, con il matrimonio o l’adozione).

Altri modi per diventare italiani

I figli di persone non identificate, di apolidi, o i figli di stranieri che non prendono automaticamente la cittadinanza dei genitori diventano cittadini italiani se nascono in Italia (iure soli).

Gli stranieri che hanno antenati diretti italiani possono diventare italiani se sono nati in Italia o se risiedono nel nostro paese da almeno tre anni.

La cittadinanza spetta anche agli stranieri maggiorenni adottati da italiani e residenti da cinque anni in Italia, e agli stranieri nati in Italia che mantengono la residenza nel nostro paese fino a quando diventano maggiorenni.

In base alla legge attuale gli immigrati possono chiedere la cittadinanza italiana se hanno avuto la residenza in Italia per almeno dieci anni consecutivi. Una volta ottenuta la cittadinanza possono trasmetterla ai loro figli.

Quindi, uno straniero che arriva in Italia da adulto può ottenere la cittadinanza dopo dieci anni. Invece se nasce in Italia deve aspettarne diciotto.

La ministra dell’integrazione Cécile Kyenge vorrebbe cambiare la legge sulla cittadinanza dando più peso allo ius soli: cioè vorrebbe che fosse più facile ottenere la cittadinanza italiana per chi nasce in Italia.

La cittadinanza nel resto d’Europa

Nella maggioranza dei paesi dell’Unione europea, le leggi per attribuire la cittadinanza mettono insieme ius sanguinis, ius soli e altre condizioni come la presenza prolungata nel paese, la conoscenza della lingua, una fedina penale pulita, la frequentazione di scuole nazionali. Ci sono differenze per quanto riguarda i requisiti, i vincoli e le procedure.

La legge francese prevede che i figli di immigrati ottengano automaticamente la cittadinanza quando diventano maggiorenni, se sono nati in Francia e hanno vissuto lì per almeno cinque anni. La procedura può anche essere anticipata: a sedici anni serve una dichiarazione della persona direttamente interessata, a tredici anni una richiesta dei genitori.

In Germania se uno dei due genitori vive legalmente sul territorio da almeno otto anni può ottenere la cittadinanza per i figli alla nascita.

In Spagna diventa cittadino chi nasce da padre o madre spagnola oppure chi nasce nel paese da genitori stranieri di cui almeno uno nato in Spagna.

Il Regno Unito, a determinate condizioni, concede la cittadinanza a chi nasce sul suo territorio da una persona che risiede legalmente nel paese.

Lo ius soli non è previsto a Cipro, in Danimarca, Estonia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Slovacchia e Svezia.

 

Anna Franchin, L’Internazionale, 8 maggio 2013

Otto Bitjoka: La sfida del talento e del merito contro i pregiudizi (di Alessandro Grilli)

Per Otto Bitjoka, presidente della fondazione Ethnoland, la propensione degli immigrati a creare imprese è un fatto positivo per tutto il sistema Paese, che va incoraggiato con politiche che valorizzino le loro capacità e le loro vocazioni.

“L’immigrato, in quanto tale, è già imprenditore di se stesso, altrimenti starebbe a casa sua e farebbe qualcos’altro”. Le parole di Otto Bitjoka, presidente della fondazione Ethnoland, non lasciano dubbi: il fenomeno dell’imprenditoria immigrata è solo un aspetto di quella che si potrebbe definire un’“antropologia sociale” dei migranti, i cui problemi e aspettative sono percorsi da un filo comune: la volontà di veder riconoscere e valorizzare i propri meriti e talenti.
Un percorso che a Bitjoka, nato in Camerun e ormai da 36 anni in Italia, è riuscito in pieno, anche se, ci tiene a sottolineare “non è un cammino seminato di rose, anzi prevalgono le spine. Sono state bastonate quotidiane, bisogna sgobbare e avere una volontà forte”. Un percorso che lo ha portato a laurearsi a pieni voti e seguire anche un corso post-laurea alla Bocconi, a lavorare come consulente per importanti aziende italiane e per i governi africani, e poi a creare una sua impresa. Infine l’approdo all’esperienza associativa: ha fondato Imprendim (Associazione imprenditori immigrati) e, dal 2004, ha creato la fondazione Ethnoland – di cui è presidente – che sviluppa progetti volti a ottenere l’integrazione dei “nuovi italiani” e a promuovere iniziative di sviluppo e co-sviluppo in Italia e nei Paesi di provenienza
degli immigrati. Nel frattempo dal 2008 è diventato anche vicepresidente di Extrabanca, la prima banca per gli immigrati in Italia.

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Unioni Civili: intervista a Marilisa D’Amico (di Idapaola Sozzani)

Nonostante manchi in Italia, a differenza della maggior parte dei paesi  dell’Unione Europea, una legge nazionale per la tutela dei diritti delle coppie di fatto, dallo scorso 27 luglio 2012 Milano è entrata  nel novero dei Comuni italiani – più di ottanta ormai – che si sono dotati di un  Registro delle Unioni Civili, uno strumento amministrativo che promette di sanare le discriminazioni esistenti fra le coppie sposate e le coppie di fatto relativamente alla fruizione dei diritti che dipendono da provvedimenti di competenza comunale.

1) Prof.ssa D’Amico, può spiegarci di cosa si tratta e quali sono le motivazioni che rendono consigliabile e urgente l’istituzione nelle nostre città di questo strumento amministrativo?

Il Registro delle Unioni Civili costituisce un provvedimento dal valore molto importante, in quanto rappresenta una prima forma di riconoscimento di una realtà ormai imprescindibile sul territorio, ossia quella delle c.d. “nuove famiglie o unioni”, fondate, anziché su un rapporto di coniugio, sul legame affettivo dei loro componenti.

Più in particolare, il Registro delle Unioni Civili mira a conferire una formale attestazione di “unione anagrafica basata su vincolo affettivo” a coloro che, coabitando nello stesso Comune, ne facciano richiesta.

Sotto il profilo delle ragioni che motivano l’istituzione del Registro delle Unioni Civili, si pone, innanzitutto, l’assenza a livello nazionale di un intervento legislativo finalizzato a disciplinare la diffusissima realtà delle unioni basate sul legame affettivo. Il Comune di Milano – così come anche i numerosi Comuni che hanno istituito un Registro delle Unioni Civili – è, dunque, intervenuto, nel rispetto dei limiti delle proprie competenze, per fornire una prima forma riconoscimento formale a tali unioni.

Detto altrimenti, l’istituzione dei Registri delle Unioni Civili costituisce la risposta all’inadeguatezza dell’ordinamento giuridico italiano ad assicurare una tutela effettiva ai diritti delle unioni fondate su un vincolo affettivo, siano esse eterosessuali od omosessuali.

Da questo punto di vista e con riferimento all’esperienza del Comune di Milano, soprattutto per le coppie omosessuali che oggi sono le più discriminate, con l’istituzione del Registro delle Unioni Civili il Comune ha dimostrato di dare seguito alle importanti affermazioni della Corte costituzionale, che con la sentenza n. 138 del 2010, ha riconosciuto alle stesse il diritto “a vivere liberamente la propria condizione di coppia”, inserendole a pieno titolo tra le formazioni sociali protette dall’art. 2 Cost., chiedendo al legislatore di intervenire con una disciplina generale.  Nello stesso senso, si è pronunciata anche la Corte di Cassazione che, con la sentenza del 15 marzo 2012, n. 4184, ha riconosciuto in capo ai membri della coppia legata da un vincolo affettivo stabile la titolarità del diritto alla “vita familiare” e del diritto inviolabile di vivere liberamente la condizione di coppia, nonchè, in specifiche situazioni, il diritto a beneficiare un trattamento omogeneo a quello assicurato dalla legge alla coppia coniugata.

Inoltre, l’istituzione del Registro delle Unioni Civili vuole contribuire – nei limiti delle competenze che la Costituzione attribuisce ai Comuni – a colmare quel divario tra l’Italia e gli altri Stati membri dell’Unione Europea, che attualmente la pongono in una posizione di isolamento e di arretratezza quanto alle effettive garanzie assicurate alle unioni fondate su vincoli affettivi dall’ordinamento italiano.

2) Quali coppie possono iscriversi al registro, quali diritti verranno meglio garantiti e cosa cambia nella quotidianità delle persone?

Nel rispondere al quesito che mi viene posto prenderò come spunto il Registro delle Unioni Civili, istituito presso il Comune di Milano.

Per quanto attiene ai destinatari cui si rivolge la deliberazione d’iniziativa consiliare, che ha istituito presso il Comune di Milano il Registro delle Unioni Civili, può farsi riferimento a quanto dispone l’articolo 2 del Regolamento, che individua nella maggiore età dei richiedenti – dello stesso sesso o di sesso diverso –, nella coabitazione e nella dimora abituale nello stesso Comune i requisiti necessari ai fini dell’iscrizione al Registro.

Più in generale, è corretto affermare che possono richiedere l’iscrizione al Registro delle Unioni Civili, le c.d. “nuove famiglie”, ossia le unioni omosessuali e le coppie formatesi tra ex coniugi, in attesa dell’ottenimento del divorzio o del decorso del termine dei tre anni dal divorzio stesso, come previsto dalla legge per contrarre un nuovo matrimonio.

A questo proposito, è particolarmente importante richiamare la definizione, fornita dal Regolamento, che qualifica l’unione civile come un “insieme di persone legate da vincoli affettivi coabitanti ed aventi dimora abituale nello stesso comune”.

Per quanto riguarda, invece, gli effetti dell’iscrizione al Registro delle Unioni Civili, è opportuno, innanzitutto, rilevare come all’iscrizione consegua il riconoscimento formale dell’unione basata su vincolo affettivo, rilasciata dall’autorità pubblica più vicina ai cittadini.

In secondo luogo e con specifico riferimento all’esperienza milanese, il Regolamento indica precisamente le aree tematiche in cui potranno inserirsi gli interventi del Comune, al fine di predisporre azioni a sostegno di queste formazioni sociali. Si tratta, in particolare, di settori come la casa, la sanità e i servizi sociali, le politiche a sostegno di giovani, genitori e anziani, lo sport e il tempo libero, la scuola e i servizi educativi, i diritti e i trasporti.

In questi ambiti, quindi, per il Comune di Milano è possibile riconoscere diritti e prevedere azioni di sostegno per le famiglie anagrafiche registrate ai sensi del Regolamento, che quindi vedranno così riconosciuto il proprio legame affettivo.

3) Uno dei temi più delicati nel dibattito sulle coppie di fatto riguarda la possibilità di assistere il/la proprio/a compagna/o  in caso di malattia, in particolare nei casi in cui la persona malata non ha la capacità di esprimere la propria volontà. In queste situazioni il registro comunale può avere qualche tipo di effetto?

Indubbiamente, il tema della possibilità o meno per il convivente registrato di assistere il proprio partner, che versi in stato di incapacità di intendere e di volere, è uno degli aspetti più delicati e maggiormente discussi.

Con riferimento all’ipotesi prospettata, ritengo che il Registro delle Unioni Civili possa svolgere una funzione a tali fini.

Con riferimento al tema, può essere, infatti, importante richiamare la previsione del Regolamento, che ha istituito il Registro delle Unioni Civili presso il Comune di Milano, in cui è espressamente stabilito che l’iscritto al Registro è da equiparare al parente prossimo del “soggetto con cui si è iscritto” ai fini dell’assistenza (Si veda, l’art. 2, comma 5, del Regolamento).

Inoltre, è importante segnalare un’altra iniziativa, attualmente pendente dinanzi al Comune di Milano, volta all’istituzione del Registro delle dichiarazioni anticipate di fine vita.

In questo caso, sarebbe importante che il convivente registrato scegliesse di nominare quale proprio fiduciario il convivente.

In una simile prospettiva, il convivente registrato potrebbe svolgere un ruolo rilevante per quanto concerne le ipotesi in cui il proprio partner versi in stato di incapacità di intendere e di volere.

4) Per quanto riguarda la nostra città, in tutti i regolamenti del Comune di Como si fa esplicito riferimento alla “famiglia anagrafica” e questo dovrebbe essere garanzia di non discriminazione nell’accesso a servizi/benefici di competenza comunale (es.gradutoria alloggi ERP, asili nido ecc.). Vorremmo capire se questo punto di vista è corretto sotto il profilo giuridico e, in caso affermativo, dove sarebbe il vantaggio nell’istituzione del registro delle unioni civili, che potrebbe essere percepito, nella realtà del Comune di Como, come una sorta di inutile “duplicazione” di un registro già in essere;

Sotto il profilo evidenziato, è opportuno rilevare come l’iscrizione nel Registro delle Unioni Civili potrebbe indubbiamente assolvere alla finalità di garantire una maggiore organicità della materia, non incorrendo, pertanto, nel rischio di creare inutili “duplicazioni”.

Inoltre, si consideri che, accanto a tale funzione, l’iscrizione delle unioni basate su vincolo affettivo all’interno del Registro delle Unioni Civili potrebbe concorrere a ridurre lo spazio per scelte discrezionali abusive della pubblica amministrazione, garantendo, altresì, una maggiore certezza per quanto attiene alla conservazione dei documenti attestanti l’unione civile appositamente registrata.

5) Nel caso in cui fossero previsti, a livello comunale/provinciale/regionale delle agevolazioni o dei bonus specifici per le famiglie (in genere si tratta di interventi mirati e circoscritti nel tempo), l’iscrizione al registro avrebbe effetti sulle possibilità di accesso? Per es. nel caso in cui il beneficio previsto fosse riservato alle coppie sposate, la coppia non sposata, ma iscritta al registro, potrebbe essere considerata equiparata?

Innanzitutto, ritengo sia opportuno svolgere una prima considerazione di carattere preliminare.

Il Comune, infatti, non è competente a intervenire in materie o in ambiti riservati alla competenza della Provincia o della Regione, con la conseguenza che non potrà adottare provvedimenti amministrativi in ambiti diversi da quelli a lui specificatamente attribuiti.

In altre parole, il Comune non è competente ad intervenire nell’ambito di materie, che fuoriescano dalle sue competenze e che siano viceversa riservate alla competenza di enti locali di livello provinciale o regionale.

Se si guarda, invece, all’ambito d’intervento comunale, occorre distinguere a seconda che il Comune stabilisca o meno una preclusione, quanto all’estensione del beneficio che intenda attribuire.

Se il provvedimento del Comune non contiene alcun riferimento testuale alla coppia “sposata” o al carattere necessariamente eterosessuale della coppia destinataria del beneficio, il Registro delle Unioni Civili potrebbe eventualmente costituire il presupposto in base al quale estendere il beneficio considerato anche alle coppie registrate.

Ipotesi opposta si verificherebbe, invece, qualora fosse il Comune a circoscrivere il beneficio alle sole coppie coniugate oppure ad escludere espressamente dalla possibilità di usufruirne le coppie conviventi oppure composte da persone dello stesso sesso, ancorché regolarmente iscritte nel Registro delle Unioni Civili.

In tali casi, è evidente come l’iscrizione al Registro delle Unioni Civili non potrebbe assolvere alla funzione di estendere anche a tali categorie di coppie il medesimo beneficio, previsto in via esclusiva per la sola coppia coniugata.

6) A quasi un anno dal suo varo quale bilancio può trarre dell’esperienza del registro milanese, e quali sono le problematiche ancora scoperte, sia sotto il profilo dell’efficacia del registro, sia della latitanza di un assetto normativo certo a livello nazionale?

L’esperienza milanese, culminata con l’istituzione del Registro delle Unioni Civili, costituisce certamente la dimostrazione tangibile dell’ormai non più tollerabile inerzia del legislatore nazionale nel disciplinare la diffusa realtà delle unioni basate sul legame affettivo, siano esse eterosessuali o omosessuali.

Sotto questo profilo e a sostegno di quanto tale strumento rifletta la realtà attualmente emergente nella società civile, milanese ma non solo, i dati parlano molto chiaro.

A decorrere dalla data di apertura del Registro delle Unioni Civili, in data 18 settembre 2012, al mese di gennaio 2013, sono 422 le unioni civili effettuate (i dati richiamati si riferiscono all’arco temporale compreso tra il 18.9.2012 e l’8.01.2013).

Di queste, 315 sono costituite da coppie eterosessuali, mentre 127 sono le coppie omosessuali che hanno avanzato la medesima richiesta (i dati si riferiscono all’arco temporale compreso tra il 10.09.2012 e l’8.01.2013).

L’istituzione del Registro delle Unioni Civili presso il Comune di Milano mi vede, dunque, molto soddisfatta a fronte delle oramai numerosissime coppie, sia omosessuali che eterosessuali, attualmente iscritte o ancora in attesa di registrazione.

Sotto il profilo dei rapporti intercorrenti tra l’istituzione dei Registri delle Unioni Civili e l’assenza di una qualsiasi forma di riconoscimento delle unioni basate su un vincolo affettivo a livello nazionale, è opportuno evidenziare come, attraverso l’istituzione dei Registri, i Comuni abbiano inteso dare attuazione ad alcuni principi costituzionali fondamentali.

Ci si riferisce, in primo luogo, al principio costituzionale di eguaglianza e di non discriminazione.

Da questo punto di vista, infatti, l’istituzione del Registro delle Unioni Civili segna indiscutibilmente un passo in avanti nella protezione delle formazioni sociali diverse dalla famiglia tradizionale, ma non per questo meno degne di tutela, come le unioni omosessuali.

In secondo luogo, la delibera istitutiva del Registro delle Unioni Civili risulta ispirata al principio costituzionale di laicità, inteso non solo e non tanto come separazione dell’ordine statale e religioso, ma come metodo, che passa innanzitutto attraverso il dialogo e il confronto, finalizzato all’inclusione e all’integrazione sociale delle minoranze.

Il Registro delle Unioni Civili costituisce, dunque, un primo importantissimo stimolo, da un punto di vista culturale e simbolico, per futuri progressi nella direzione del riconoscimento giuridico delle coppie basate su vincolo affettivo a livello nazionale.

Sotto altro versante, costituisce il presupposto necessario affinché il Comune possa, nel rispetto delle sue competenze, tutelare e sostenere tali unioni al fine di superare ogni discriminazione e favorire la loro integrazione nel contesto sociale, culturale ed economico del territorio.

Ciò che può, dunque, ricavarsi dall’esperienza dell’istituzione dei Registri delle Unioni Civili è che la società “è più avanti del legislatore”, e come quest’ultimo in Italia non riesca ancora a svolgere pienamente il proprio compito, ossia quello di recepire, regolamentare e farsi portavoce delle istanze, sempre più pressanti, provenienti dalla società civile.

Ecco allora perché è sempre più urgente che la politica agisca in modo da entrare in campo, il prima possibile, dando un riconoscimento normativo alle unioni basate sul vincolo affettivo; ed ecco perché, quindi, l’intervento del Comune di Milano, come quello di tutti gli altri Comuni che si sono mossi in questa medesima direzione, acquisisce oggi tanto valore.

 

Marilisa D’Amico

Ordinario di Diritto costituzionale presso l’Università degli Studi di Milano, Avvocato cassazionista e Presidente della Commissione Affari Istituzionali presso il Comune di Milano

Il nuovo Mercato Coperto: un po’ di storia, un po’ di numeri (di Idapaola Sozzani)

Si cercano idee brillanti per la nuova piazza commerciale che sorgerà nel Mercato coperto di Como. Grazie a un mix commerciale innovativo e all’offerta associata di eventi, creatività e cultura potrà essere vissuto da cittadini e turisti come un nuovo spazio di socialità. E’ già aperta e durerà fino al 7 gennaio 2013 la prima fase di consultazione pubblica per la raccolta delle idee e delle manifestazioni di interesse per i nuovi spazi commerciali: in base a quanto emergerà, verrà predisposto il regolamento e il bando pubblico per l’assegnazione ai nuovi esercenti.
Il Mercato Coperto di Como, posto fra le vie Mentana e Sirtori, a ridosso della città murata, è annoverato fra i mercati di valenza storica della Lombardia. E’ ubicato in un pregevole edificio costruito nel 1934 su progetto del milanese ing. Mario Levacher. Il complesso si articola in quattro padiglioni monumentali separati da tre gallerie con coperture vetrate. Un piano interrato esteso sull’intera superficie alloggia magazzini, depositi e celle frigorifere. L’edificio, che tradizionalmente ha sempre ospitato il mercato della frutta e verdura della città – a cui nei decenni si sono aggiunti esercizi alimentari al dettaglio –, negli ultimi anni è stato sottoutilizzato e ha manifestato diverse problematiche di degrado e inadeguatezza funzionale.

Interventi di adeguamento e valorizzazione erano sollecitati dagli esercenti e dalle associazioni di categoria e ultimamente, dopo l’insediamento della nuova Giunta Lucini, si è messo mano al primo lotto dei lavori di riqualificazione strutturale, funzionale e logistica che all’interno del mercato interessano i 1600 mq dell’intero “padiglione grossisti”. L’intervento in atto fa riferimento a un progetto già sviluppato per intero dal Settore Edilizia Pubblica del Comune di Como, che era rimasto nel cassetto e a cui la nuova Amministrazione ha potuto dare attuazione grazie all’impegno dell’assessorato alle attività produttive guidato da Gisella Introzzi e di quello ai lavori pubblici di Daniela Gerosa: si tratta di una rilevante possibilità di riprogettare una delle polarità commerciali importanti all’interno del distretto commerciale urbano di Como.
I tempi previsti per la realizzazione dell’opera vanno dal giugno 2012 all’agosto 2013, mentre il valore dell’intervento è pari a 1.217.702,63 + IVA e verrà sostenuto economicamente dal Comune di Como e in minor misura con i fondi regionali per i cosiddetti DUC, i Distretti Urbani e Diffusi del Commercio che nelle intenzioni di Regione Lombardia – che li ha lanciati a metà del 2010 – si pongono come nuovo soggetto della governance urbana in ambito commerciale. Tra le città della Lombardia, Como si è accreditata per tempo in questo senso, e attraverso il DUC può esprimere una progettualità condivisa che coinvolge dialetticamente il Comune, le associazioni di categoria, i privati esercenti, gli operatori economici e i potenziali investitori, le banche e società di gestione, promozione e servizi.
Lo scopo di questa sinergia è la rivitalizzazione e rivisitazione aggiornata della vocazione commerciale della città e delle sue varie polarità, per permettere a Como di attirare investimenti, nuovi residenti e nuove imprese. Una sfida che oggi passa anche attraverso la creatività, gli eventi, l’offerta di cultura, l’appeal turistico: una scommessa che i nostri territori devono vincere anche in rapporto alle problematiche che la crisi attuale pone in paesi e città che vedono, dopo decenni di benessere, tante serrande di negozi abbassarsi definitivamente.
A lavori conclusi nel padiglione ristrutturato del Mercato sul piano strada troveranno posto 18 spazi commerciali al dettaglio affacciati su una galleria centrale a guisa di moderna piazza coperta che fungerà da spazio polifunzionale per eventi, spettacoli, intrattenimento e mostre, e sarà dotato di connessione Wi- Fi con connessione Internet; si è immaginata un’area per il gioco e l’intrattenimento dei bambini, e un funzionale info point a servizio del turista. La superficie commerciale è stata quasi raddoppiata mediante realizzazione di un secondo piano con soppalco dove si prevede una galleria di 500 mq con altri spazi vendita ed espositivi aaccanto a un’area bar – punto ristorazione sviluppata su altri 200 mq. Nel contesto del nuovo padiglione potranno trovarere spazio concept e servizi nuovi legati al commercio : come servizi di recapito a domicilio etc, in cui inserire cooperative di giovani che troverebbero qui varie occasioni di lavoro.
L’innesto delle nuove attività sulla Piazza del Mercato è l’occasione per sviluppare un format inedito e un “pilota” della nuova proposta commerciale a Como, che sappia intercettare il cliente e incontrarlo sulle nuove direzioni in cui si muove oggi la domanda commerciale.
L’innovazione, d’altronde, si nota già dal modello di comunicazione adottato per far conoscere e per promuove il progetto: tutto è all’insegna della chiarezza e della trasparenza a partire dalla cartellonistica apparsa in città e ogni informazione può essere reperita direttamente sul sito del Comune oltre che presso gli uffici.
Merceologie innovative, imprese fatte da giovani per i giovani, realizzazioni multimediali e laboratori di creatività, coinvolgimento emotivo e originalità dei prodotti e dei servizi, – con un alto valore aggiunto in termini di filiera corta, ecosostenibilità e logistica – potranno trovare un abbinamento felice con l’offerta, negli spazi sociali accanto ai negozi, di eventi e attrattive culturali, opportunità associative, di servizi e turistiche. Un mix innovativo di esperienze che può rappresentare la soluzione per rivitalizzare un luogo centralissimo e storico della nostra città, – vicino al mercato delle bancarelle e al centro città, ben servito dall’Autosilo, dai mezzi pubblici e dalle Ferrovie Nord – e restituirgli la giusta visibilità e la frequentazione che si merita. Una visibilità che andrà sostenuta anche con strategie di comunicazione commerciale e turistica nuove, per offrire a cittadini, visitatori e turisti momenti di socializzazione, svago e cultura accanto alle opportunità commerciali.
L’avviso pubblico e l’informativa per la manifestazione di interesse è pubblicato sul sito del Comune http://www.comune.como.it nell’Albo Pretorio on-line alla voce Avvisi: http://albopretorio.comune.como.it

Idapaola Sozzani