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Etnos e urbs, la trama del dialogo (di Jean-Léonard Touadi )

Una volta le città si proteggevano dall’arrivo dei “barbari” e i confini erano molto netti e visibili tra “noi” – chi era dentro – e gli altri – chi viveva fuori. I “barbari” potevano attentare all’incolumità fisica della città espugnandone le mura; oppure rappresentavano un’insidia mortale per l’identità culturale di cui la lingua era un veicolo fondamentale.

Oggi le città sono spazi aperti, luoghi in cui la sicurezza fisica è tutta da costruire e l’identità culturale non è più riconducibile – se mai lo fosse stato – ad una purezza unica da salvaguardare. Lo spazio cittadino è sempre più un terreno di confronto, di scontro e d’incontro possibili tra mondi identitari eterogenei.

Le città stanno diventando sempre più dei laboratori d’innovazione, contenitori di mutamenti profondi che toccano lo spazio fisico, la creatività culturale, la dinamica delle relazioni interpersonali, la costruzione stessa delle individualità.

All’interno di questa dinamica, l’immigrazione rappresenta un potente fattore di configurazione delle nuove complessità urbane. Ci sono quasi 5 milioni di persone straniere regolarmente residenti in Italia. Un dato che evidenzia in modo plastico il cambiamento di status dell’Italia da paese di emigrazione a paese di immigrazione.

Negli ultimi dieci anni il numero degli immigrati è aumentato del 150% incidendo anche sullo sviluppo produttivo e demografico. Più del 9% del Pil è prodotto da lavoratori stranieri; il loro contributo al gettito fiscale è stimato a più di 6 miliardi di euro. Lentamente, ma in maniera irreversibile, la presenza dei cittadini stranieri in alcune metropoli come Milano e Roma sfiora il 10% d’incidenza rispetto alla popolazione indigena e ovunque la media supera il 7%. Una presenza stabile, organica, destinata a modificare in profondità non solo la struttura sociologica, ma il volto fisico e l’anima culturale delle comunità metropolitane.

Una presenza ricca di premesse positive, ma anche densa d’incognite. Proprio per questo riteniamo che la sfida dell’integrazione dei nuovi cittadini nelle nostre città misurerà la qualità e l’adeguatezza della proposta politica complessiva delle forze politiche.

L’immigrazione genera molti aspetti del governo delle città: dall’urbanistica agli spazi culturali; dall’accesso ai servizi alla sicurezza; dalla questione giovanile alla promozione dei servizi dedicati alle donne.

Ecco come l’ex sindaco di Torino Chiamparino affrontava nel 2009 il tema della presenza degli stranieri nella sua città: «In molti comuni, specie al Nord, siamo sopra il 20% di persone in rapporto alla popolazione.

La stampa, giustamente dal suo punto di vista, parla soprattutto delle emergenze legate ad alcuni quartieri simbolo. Però i problemi con i quali dobbiamo misurarci sono molti altri e spesso non hanno lo stesso rilievo di cronaca: l’abbandono di alcuni spazi pubblici da parte dei residenti storici; il rischio che nei quartieri, non soltanto in quelli più noti, si formino delle sorti di cittadelle monoetniche chiuse nei confronti di altre popolazioni; le difficoltà nel supporto alle scuole che hanno inserimenti di minori stranieri.

Non nascondiamoci dietro a un dito: fenomeni isolati finché si vuole, ma fenomeni di xenofobia e razzismo che in modo più o meno evidente ci sono e che vanno capiti per poter essere contrastati. Non vanno, come dire, “esorcizzati”. Difficoltà di convivenza con le comunità, in particolare rom, ci sono in tutte le grandi città, come ci sono molti problemi; alcuni li ho già citati prima parlando del lavoro nero, dello sfruttamento del lavoro nero, degli incidenti sul lavoro».

Un quadro realistico, con luci e ombre, quello tracciato dall’ex sindaco di Torino, per molti anni presidenti dell’Anci. Mi permetterei solo di aggiungere la grande vivacità culturale dei cittadini stranieri che si esprime attraverso la proliferazione di gallerie d’arte dedicate alle produzioni dei paesi d’origine; il moltiplicarsi d’iniziative culturali come scuole di danza, stage di animazione teatrali destinati sia alle scuole che al grande pubblico; l’esistenza di libreria e di biblioteche che offrono pubblicazioni di culture non europee in italiano e in lingue originali.

Un mosaico di opportunità culturali dove quello che una volta era l’esotico diventa vicino, si fa offerta culturale, un ponte di conoscenza e di allargamento degli orizzonti.

Come far convivere tutta questa ricchezza? Per prima cosa bisogna evitare la formazione dei ghetti. Quest’ultimi prendono vita attraverso un processo di auto-ghettizzazione delle comunità che – di fronte a quello che viene vissuto o percepito a torto o a ragione come un rifiuto della comunità ospitante – tendono a chiudersi e a intensificare le reti capillari di comunicazione interne alla stessa comunità in modo da escludere non solo gli italiani, ma anche le altre comunità straniere.

Al tempo stesso, la nascita dei ghetti è anche il frutto di una marginalizzazione diretta o indiretta della comunità ospitante italiana. Rifiuto di affittare a stranieri, costi troppo elevati delle residenze, luoghi accuratamente evitati perché percepiti dagli italiani come “insicuri”. Ma l’insicurezza spesso è solo insofferenza, paura del diverso nella città.

Gli altri sono percepiti e vissuti come “persone in esubero” come dice Z. Bauman: «I Essere in esubero significa essere in soprannumero, non necessari, inutili, indipendentemente dai bisogni e dagli usi che fissano lo standard di ciò che è utile e indispensabile. Gli altri non hanno bisogno di te, possono stare senza di te, possono stare senza di te e cavarsela altrettanto bene, anzi meglio» (Vite di scarto, Ed. Laterza).

Occorre un nuovo piano regolatore che tenga conto della dimensione interculturale della città. Evitare di concentrare in un solo pezzo di città tutti gli esercizi commerciali cosiddetti “etnici”. Lo strumento della concezione delle licenze commerciali, lungi dall’essere un mero atto burocratico, diventa uno strumento di pianificazione urbanistica, tanto per fare un esempio. Perché la formazione dei ghetti urbani è il fallimento dell’intercultura. Essa significa pensare l’integrazione come una mera coesistenza spazio-temporale tra comunità che si ignorano.

La città, invece, è un organismo vivente con un rapporto si supporto strumentale, di fecondità relazionale tra i membri. La città è il luogo dove gli spazi di condivisione devono crescere per favorire la conoscenza, la risoluzione dei conflitti, la nascita di utopie condivise.

La scuola nella città interculturale è il luogo della “formazione dell’uomo e del cittadino”. Sono 750.000 gli alunni con cittadinanza non italiana seduti sui banchi di scuola nell’anno scolastico 2011/2012. Sono l’8,5% sul totale della popolazione scolastica. Una palestra di cittadinanza è anche la parte più visibile e promettente del cambiamento delle nostre città. Dentro le mura di scuola si trova la linfa vitale della città futura.

La scuola deve perciò essere accogliente nel doppio senso di fare spazio ai nuovi cittadini e, con loro, il bagaglio culturale, religioso e spirituale di cui sono portatori; nello stesso tempo aiutare i nuovi cittadini ad essere pienamente italiani. La pedagogia interculturale ha questo di pregevole: essa aiuta l’osmosi dei mondi verso una conoscenza più ricca. Ma la scuola è anche un potente fattore d’integrazione per i genitori che – grazie ai loro figli – entrano a fare parte della comunità formata dagli insegnanti e dagli altri genitori.

Infine, possiamo puntare sulla mediazione interculturale che è insieme un approccio complessivo più aperto all’alterità e una dinamica relazionale che mette in circuito le diversità. Le biblioteche, gli sportelli sociali, i centri di aggregazione giovanili, i teatri e le ludoteche diventano quei spazi di contaminazione interculturale di cui si nutre la città plurale. Sono gli spazi della costruzione di un alfabeto comune della città di tutti.

La città di domani avrà bisogno di mediatori culturali, ma è tutta la comunità che deve assimilare una forma mentis interculturale per riconoscere la diversità, valorizzarla, risolvere i conflitti e offrire soluzioni che renda la vita collettiva più serena e riconciliata. Le politiche dell’intercultura sono una pedagogia di accompagnamento dei territori e delle comunità verso la leggibilità e vivibilità di una società complessa.

Jean-Léonard Touadi, Etnos e urbs, la trama del dialogo, in “Per il buon governo delle città”, numero 8, aprile 2012, Tamtàm democratico.

http://www.tamtamdemocratico.it/doc/234434/etnos-e-urbs-la-trama-del-dialogo.htm

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