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Dichiarazione di Eva Cariboni durante il Consiglio comunale di lunedì 13 ottobre 2014

Nei mesi scorsi, di fronte agli attacchi portati all’assessora Gisella Introzzi e rafforzati dalla mozione di sfiducia promossa in Consiglio comunale, abbiamo denunciato la strumentalità ed infondatezza degli stessi. E abbiamo espresso sostegno e fiducia nei confronti del suo operato.

Abbiamo comunicato apertamente al Sindaco la nostra posizione, chiarendo che non avremmo accettato un depotenziamento delle deleghe all’assessora Introzzi che, inevitabilmente, avrebbe segnato una sfiducia nei suoi confronti.

Avevamo ricevuto conferma di apprezzamento per il ruolo dell’Assessora e della nostra lista.
Inaspettatamente, le scelte fatte disattendono quanto discusso.
Con profonda amarezza ne prendiamo atto e non possiamo che registrare che la nostra presenza in maggioranza non è più ritenuta importante nonostante il lavoro fatto per la costruzione del programma, in campagna elettorale ed in questi 2 anni di vita dell’Amministrazione comunale.

Ci sentiamo pertanto liberi di decidere di volta in volta la nostra posizione, lavorando sempre lealmente al servizio della città e a sostegno delle scelte che andranno nella direzione dell’attuazione del programma.

Eva Cariboni

per AMC

Ai miei elettori – Gisella Introzzi

Alle mie elettrici, elettori, simpatizzanti, amiche, amici
A tutti: cittadine e cittadini
La notizia delle mie dimissioni è ormai nota.

La mia avventura – iniziata esattamente tre anni fa, l’11 ottobre 2011, quando mi sono presentata per le Primarie a candidata Sindaco, onorata dall’avere al mio fianco il professor Valerio Onida – si è conclusa ieri con le mie dimissioni dall’incarico che il Sindaco Lucini mi aveva conferito il 30 maggio 2012.

E’ stato un triennio intenso, faticoso, denso di passaggi inaspettati, ricco di nuove conoscenze e di soddisfazioni personali. A voi tutti sento il dovere di provare a spiegare in maniera diretta le ragioni delle mie dimissioni e di scusarmi se non ho ritenuto di poter andare oltre.

La mia scelta è sempre stata unicamente quella di mettere a disposizione della mia città il bagaglio di esperienze e di relazioni costruito in una lunga esperienza professionale. Questo è quello che tanti amici e conoscenti mi avevano chiesto di fare ed è ciò che ho fatto con lealtà e senza risparmio di energie.
Come ho scritto nella lettera di dimissioni consegnata al Sindaco “considero un grande onore aver potuto lavorare a favore della nostra bellissima città”. Ovviamente non sono e non mi ritengo al di sopra delle critiche, ma non credo nemmeno che ci siano errori o mancanze che mi possano essere addebitati nella gestione della delega al personale. In ogni caso avrei desiderato discuterne, con la serietà che il tema necessita.
La scelta di assegnare ad altri parte delle mie deleghe per far posto a due nuovi ingressi al posto della unica dimissionaria (Giulia Pusterla), credo che riveli da sola quali fossero le logiche sul tavolo. E che il “passo indietro” fosse chiesto a me, in base alla valutazione del minor peso politico della lista Amo la Mia Città, è altrettanto evidente. L’intervista rilasciata a inizio settembre dal Segreterio cittadino del PD lo aveva apertamente dichiarato.
Non ho dato peso a polemiche strumentali, amplificate dalla stampa, e ho continuato a lavorare responsabilmente, riconoscendo nel Sindaco l’unico titolato a prendere decisioni.

Di fronte alla scelta comunicatami giovedì pomeriggio dal Sindaco (poco prima di firmare un atto già predisposto) non potevo che trarne le dovute conseguenze. Non ho mai pensato di restare “attaccata alla sedia” a tutti i costi.

Mi scuso con tutti voi per non essere stata più incisiva, magari anche più prepotente e “furba”. Ma continuo a credere in una politica fatta correttamente, con rispetto, con dialogo e confronto, con proposte e soluzioni costruite su un’attenta lettura dei fatti, sulla considerazione primaria delle esigenze dei cittadini. Se non c’è spazio per questa politica non serve cambiare e adattarsi a metodi altrui (questa è la mia risposta a chi mi dice “ma con le tue dimissioni hai fatto il loro gioco”).

Con tutti voi mi impegno a non “lasciar perdere”, a lavorare – in altri modi, in altre sedi – perché la buona politica torni a farsi sentire, perché cresca la partecipazione dei cittadini attorno alle scelte che decidono delle loro condizioni di vita. L’esperienza fatta in questi due anni di amministrazione comunale non è stata vana.

Chiudo con poche parole sul mio giudizio riguardo all’operato della Giunta nei due anni trascorsi. Me l’hanno chiesto i giornalisti ma non ho voluto alimentare strumentalizzazioni.
Tutta la Giunta ha operato con impegno e senza interessi personali. Questo non è poco.
E non trovo che ci siano state contrapposizioni personali. Certo ci sono personalità diverse, esperienze e percorsi politici ed esistenziali distanti, obiettivi personali differenti. Ma questo è legittimo e normale: ho sempre ritenuto che le differenze siano una ricchezza e non un limite.
Ciò di cui ho avvertito la mancanza è la nostra capacità di governare queste differenze, di far nascere e coltivare un approccio comune ed inter-assessorile per la analisi e la soluzione di problemi che sono, inevitabilmente, di grande complessità. Approccio interdisciplinare ancor più necessario all’interno di una macchina comunale sviluppatasi per compartimenti stagni (e molto spesso in contrapposizione fra loro) e di fronte a problemi enormi ereditati dalla precedente amministrazione. Problemi che solo in parte sono emersi nella cronaca quotidiana e che si annidavano in questioni lasciate per anni nei cassetti. Questioni che per essere risolte – complice una iperfetazione di norme legislative immaginate per semplificare e contrastare comportamenti scorretti che di fatto portano all’esasperazione delle procedure burocratiche – richiedevano di predisporre nuovi atti regolamentari (quanta fatica, ad esempio, per arrivare a poter accettare donazioni e collaborazioni dei gruppi di volontariato!).
La complessità e la frantumazione ci hanno assillato e rallentato. Il nostro tempo collegiale si è troppo spesso soffermato su questioni minori (patrocini di poco rilievo e cause per risarcimento danni), senza impostare un lavoro approfondito di analisi e di costruzione delle risposte ai grandi problemi.

Ho poi personalmente sofferto la difficoltà di far percepire la necessità di un metodo nella costruzione di un diverso modello organizzativo (fatto di persone, di procedure, di innovazione tecnologica, di formazione). L’organizzazione è affrontata essenzialmente solo come spostamento di nomi e di caselle o elencazione di procedimenti.

Il mio rammarico è anche quello di lasciare a metà del guado i collaboratori che con me stavano lavorando su versanti importanti (l’ultimazione dei lavori al mercato coperto e la realizzazione di un nuovo centro di iniziative imprenditoriali aperte a giovani e nuove attività, i progetti di rivitalizzazione e sviluppo dell’attrattività turistico-commerciale in città, nuovi eventi di promozione del nostro territorio, la diffusione di servizi basati sulle nuove applicazioni informatiche e così via).

Ai miei più stretti collaboratori esprimo un profondo senso di gratitudine per lo slancio con cui hanno seguito la proposta di sviluppare nuovi progetti, di assumere un atteggiamento di apertura alle novità, anche quando questo ha richiesto maggior impegno.

Ho sentito la necessità di condividere con voi queste considerazioni, non certo alla ricerca di giustificazioni, ma perché la consapevolezza della situazione in cui ci si muove è determinante per leggere e comprendere le decisioni.

A tutti nuovamente un grande grazie per la fiducia che mi è stata concessa e l’impegno a lavorare, insieme ad Amo la Mia Città e a quanti altri condividono il desiderio di una città “ bella, giusta e solidale” (erano le parole del programma elettorale della nostra lista), per rendere migliore la nostra vita privata e sociale.

Un saluto cordiale,

Gisella Introzzi

Ps: avrei certamente dovuto trovare più tempo per mantenere un dialogo costante con tutti voi; sapete che se non l’ho fatto non è stato né per pigrizia né per “distacco”. Le ore e le energie sono terribilmente poche rispetto al bisogno.

A proposito del “monumento Libeskind” – La posizione di AMO LA MIA CITTA’ (AMC)

La crisi insegna che occorre sapere trasformare i rischi in opportunità. Ma le opportunità non attentamente valutate possono diventare rischi (paratie e Ticosa docent)

Como è una città ricca. Ricca di energie, di capacità creative, di slancio solidaristico. Decine e decine di associazioni sono lì a dimostrarlo, occupandosi di dare assistenza a chi è in situazione di difficoltà e disagio, di rendere la città più pulita, di prendersi cura di anziani o bambini, di portare solidarietà fuori dai nostri confini.

La scelta di “Amici di Como” di operare per il bene della città si inserisce felicemente in questo contesto operoso al fine di rendere più bella la città e aiutare l’amministrazione nella realizzazione o nel completamento di opere che – causa tagli nei trasferimenti statali, aggravati da complicazioni burocratiche che appesantiscono ogni iter – il Comune non riesce a sostenere autonomamente. Guardiamo certamente con gratitudine all’intervento che ha permesso la fruizione di parte del lungolago reso inagibile da imperdonabili errori di passate amministrazioni. Il dono della scultura di Daniel Libeskind è così l’ultima, in ordine di tempo, di realizzazioni significative per la città. Un progetto a favore di Como che ha lo stesso valore dell’impegno che altri cittadini manifestano con altre modalità, spesso in modo anonimo ma con altrettanta generosità.

E’ importante che questo dono, questo contributo al ben-essere della città avvenga in armonia con la città stessa, senza spingere a dannose forzature capaci solo di sollevare forti contrapposizioni. E l’amministrazione comunale non dovrebbe essere messa nella condizione di schierarsi a favore o contro l’installazione della scultura in uno dei luoghi più simbolici della città. A sostenere un cosiddetto fronte degli innovatori in contrapposizione a presunti conservatori.

Il giudizio sul valore artistico della scultura esula completamente da queste considerazioni e crediamo possa difficilmente essere ricondotto a una valutazione unanime. Non è quindi su questo aspetto che vale la pena di soffermarsi, anche se le dichiarazioni ascoltate in questi giorni sulle ragioni che avrebbero ispirato l’architetto statunitense a ideare l’opera in omaggio ad Alessandro Volta, alla luce del progetto Gazprom di San Pietroburgo, suonano come una fantasiosa quanto fastidiosa fola.

Ora è indispensabile, per rispetto nei confronti dell’intera cittadinanza, che l’installazione della scultura – donata alla città – avvenga davvero e completamente in condizioni di totale gratuità. E che nessun onere, né presente né futuro, né diretto né indiretto, sia messo a carico della collettività.

Nessun onere di manutenzione per un periodo di tempo sufficientemente esteso, nessun onere di assicurazione contro i tanti imprevisti che minacciano una installazione complessa, una garanzia nell’eventualità di una necessaria rimozione del manufatto.

Pensiamo che queste siano le condizioni minime che debbano accompagnare l’impegno dei donatori nei confronti della città, affinché il loro gesto non prevarichi la cittadinanza che non ha avuto né il modo, né il tempo di valutarne le conseguenze.

 

AMO LA MIA CITTA’

PIENO SOSTEGNO E FIDUCIA ALL’ASSESSORA GISELLA INTROZZI

Como, 29 Marzo 2014

La lista d’azione civica AMO LA MIA CITTA’ (AMC) conferma sostegno e stima all’Assessora Gisella Introzzi che in queste settimane è oggetto di attacchi infondati e pretestuosi che non rendono giustizia al lavoro sinora svolto con onestà, competenza e generosità. La mozione di sfiducia nei suoi confronti, recentemente proposta dalla Minoranza, pur formulata in modo tanto vago da risultare quasi evanescente, offre l’occasione per alcuni chiarimenti.

La sostituzione del Comandante della Polizia Locale è avvenuta nel pieno rispetto delle normative vigenti, del principio di trasparenza dell’azione amministrativa e seguendo un iter che ne garantisse l’assoluta correttezza.

La nomina di un dirigente in un Ente pubblico, è bene ricordarlo, segue precise procedure normative e non è certo un atto discrezionale dell’Assessore al personale.

Non si può condividere quindi il richiamo della Minoranza a una supposta “inadeguata gestione” da parte dell’Assessora Introzzi.

Sul tema del rapporto tra Amministrazione comunale e Commercianti intendiamo rispondere alle insinuazioni della Minoranza ricordando alcuni esempi.

Il tavolo permanente di confronto all’interno del Distretto Urbano del Commercio (DUC) è stato rivitalizzato e garantisce l’incontro regolare tra l’Assessore, i Commercianti e le altre Categorie, aggiungendosi ai numerosi contatti personali che consentono di raccogliere osservazioni e proposte. Insinuare che ci sia stato un atteggiamento di scarsa apertura e negare che esista un ampio e circostanziato confronto tra i rappresentanti di categoria e l’Assessora Introzzi significa misconoscere la realtà dei fatti, tanto da apparire con ogni evidenza un tentativo di strumentalizzare le preoccupazioni di parte dei Commercianti riguardo al progetto di allargamento della ZTL. 

Il “Programma di Intervento 2013”, realizzato in collaborazione con Camera di Commercio, Confcommercio e gli atri Partner del DUC (Confesercenti, Confartigianato, CNA, Unindustria, CDO), è stato cofinanziato dal V bando dei Distretti Urbani del Commercio di Regione Lombardia con un contributo di 75.000 euro che ha raddoppiato le risorse locali. Il Progetto è stato inoltre premiato durante lo SMAU 2013 nell’ambito del premio Innovazione ICT Retail. L’efficacia del lavoro svolto dall’Assessora Introzzi nel settore dei Mercati è chiaramente dimostrata: basti pensare alla ripresa dei lavori per la ristrutturazione dell’ex-Mercato dei grossisti che rischiava altrimenti di perdere contributi regionali già assegnati, all’inaugurazione del nuovo Mercato dei produttori locali, alla trasparente disciplina delle autorizzazioni dello svolgimento dei Mercati occasionali rilasciate, ora, sulla base di avvisi pubblici.

Sull’iniziativa “beCOMe”, che ha ottenuto il patrocinio di Padiglione Italia EXPO 2015 e della Fondazione Cariplo, ricordiamo che il progetto è stato illustrato in Giunta, in Maggioranza, in Commissione consiliare e con una Conferenza stampa.

Difendiamo il diritto di non condividere la filosofia alla base del progetto “beCOMe”, ma respingiamo con forza le insinuazioni, troppo vaghe per non apparire pretestuose, in merito ad una “poco trasparente” gestione dell’organizzazione della manifestazione.

Preoccupano, infine, le illazioni sulle collaborazioni attivate con il consigliere Marco Servettini e tese a creare il sospetto piuttosto che a chiarire i fatti: nemmeno un euro del Comune è arrivato a sostenere queste collaborazioni. Viceversa l’intento è quello di creare sinergie e portare valore al territorio; in particolare, nel caso del progetto “-Rifiuti+Valore”, finanziato tramite bando di Fondazione Cariplo, l’associazione L’isola che c’è ha portato una quota di 33.000 euro direttamente nelle casse del Comune per azioni al Mercato Coperto, oltre al valore complessivo del progetto destinato al territorio cittadino.

A questa logica del sospetto rilanciamo piuttosto con una logica della fiducia, alla base del ruolo di moltiplicatore di risorse che il Comune è chiamato a nostro avviso a esercitare, come espresso nel programma della Maggioranza: “Il Comune deve diventare facilitatore dello sviluppo, in una logica di rete: coinvolgere, collaborare, cooperare con tutte le forze vive della città”.

Sosteniamo con forza il vitale diritto/dovere della Minoranza di controllare e criticare l’operato della Maggioranza, ma auspichiamo che lo spirito critico sia sempre affiancato dall’onestà intellettuale. Torniamo a confrontarci apertamente e senza pregiudizi per lo sviluppo culturale e socio-economico della città: unico obiettivo – dovrebbe essere – della Maggioranza così come della Minoranza.

COMO, 29 MARZO 2014

LISTA D’AZIONE CIVICA AMO LA MIA CITTA’

COMUNICATO STAMPA – APPALTO CALORE

L’associazione AMO LA MIA CITTA’, con riferimento al dibattito riportato sulla stampa locale sull’assegnazione dell’appalto calore, ribadisce le proprie perplessità in merito alla scelta di portare avanti le procedure sulla base del bando attuale.
L’associazione AMO LA MIA CITTA’ ha a suo tempo sottolineato nel dettaglio i molti elementi negativi del bando – (https://amolamiacitta.wordpress.com/2012/11/05/considerazioni-sul-bando-energia-del-comune-di-como/) – che, si ricorda, è stato emesso pochi giorni prima della scadenza del mandato della Giunta Bruni. Trattandosi di un appalto che impegna il Comune per un periodo molto lungo (9 anni) e per un costo stimato di ben 36 milioni di euro, sarebbe stato opportuno un confronto più approfondito, anche attraverso l’acquisizione di ulteriori contributi scientifici e incontri aperti alla cittadinanza.
Gli aspetti più critici che si segnalano sono tre:
– Il capitolato di gara prevede solo interventi sugli impianti e non sugli edifici (serramenti, isolamenti etc.) che, viceversa, sono quelli che consentono i maggiori risparmi;
– Il calcolo dei compensi per le forniture non prevede alcun incentivo al risparmio energetico;
– I corrispettivi ai fornitori per unità di consumo appaiono troppo elevati e, soprattutto, non soggetti a gara.
A fronte di quanto sopra, l’obiettivo di ridurre il consumo energetico potrà essere perseguito solo con un’attenta attività di monitoraggio da parte del Comune. Confidiamo quindi nel fatto che l’ amministrazione comunale saprà mettere in atto procedure di controllo efficaci e trasparenti. Particolare attenzione in tal senso dovrà essere data all’assegnazione dei controlli e alla rendicontazione dei costi dell’appalto.

19 Giugno – FORZE CIVICHE e DEBOLEZZE POLITICHE: Partecipazione, rappresentanza e democrazia

Nei mesi scorsi abbiamo assistito all’emergere di una nuova e al tempo stesso antichissima coscienza civile e sociale che ha mosso numerosi cittadini a proporsi come strumento attivo e diretto per la gestione della “cosa pubblica”. In tale contesto, Como e la Lombardia hanno sprigionato una grande energia che ha generato o rafforzato molte associazioni e liste accomunate sì dallo spaesamento nei confronti di una politica partitica in difficoltà, ma anche e soprattutto da un forte senso di responsabilità verso la propria comunità. In una parola, dal civismo. Per quanto capace di coinvolgere molti cittadini in un rinnovato impegno civile questa nuova e al tempo stesso antica forza lascia trasparire delle debolezze politiche che devono essere affrontate e risolte se il civismo vorrà continuare a contribuire al risanamento etico ed economico del nostro Paese. Il titolo dell’incontro “forze civiche e debolezze politiche” evoca in effetti non solo l’attuale difficoltà dei partiti tradizionali, ma anche l’immagine del civismo incapace – per sua natura forse – di grande incisività se non a livello locale.
Il termine civismo (civisme) nasce assai significativamente agli albori della rivoluzione francese dal vocabolo latino civis-cittadino e lo si definisce forse in modo un po’ aulico come “nobiltà di sentimenti civili, alto senso dei propri doveri di cittadino e di concittadino, che spinge a trascurare o sacrificare il benessere proprio per l’utilità comune” (Treccani). In altre parole, il civismo affonda le proprie radici nella limpida consapevolezza dei diritti/doveri alla base del contratto sociale e si manifesta in azioni volte alla realizzazione dell’interesse comune. Come la forza di una società giusta si estrinseca attraverso l’osservanza delle norme del vivere civile e solidale non meno che nel rispetto per i diritti inviolabili del singolo, così il civismo richiede non solo un sistema di valori profondamente democratici, ma anche un’azione tesa ad un benessere sociale condiviso che permetta il pieno compimento dello Stato di diritto.
In Italia il fenomeno del civismo affonda le radici più recenti nella crisi dei partiti della Prima Repubblica, si inserisce nel vuoto creato dalle difficoltà economiche e politiche dei primi anni Novanta del secolo scorso e si rafforza in quella dei primi anni Dieci. In questa attuale e lunga fase di forte flessione economica e di montante disagio sociale, assistiamo al consolidarsi di un associazionismo tenacemente volto alla difesa dei beni comuni e al rispetto di un vivere civile responsabile e sostenibile. In questi anni il civismo, attraverso le liste civiche, si è confermato come vitalità capace di catalizzare parte del consenso dei cittadini in cerca di nuove forme di partecipazione. Consociando individui non necessariamente della stessa cultura politica mediante un obiettivo comune legato alla tutela e alla gestione dei beni appartenenti alla stessa comunità è indubbio che il civismo abbia un potere aggregante molto forte. Ciononostante, anche se a volte il civismo riesce ad attrarre consenso in quegli elettori che non trovano piena e soddisfacente rappresentanza nell’attuale sistema partitico, non si può negare che la sua natura composita non sia fonte di incertezze, di debolezze, per l’appunto, politiche. E in ogni caso, essendo il consenso nei confronti delle liste civiche molto più facilmente catalizzabile localmente che su scala nazionale, e molto più su problematiche concrete che valoriali-ideologiche, il consolidamento politico dell’azione civica risulta, per ora e di per sé, difficile.
Tali e simili considerazioni lasciano il campo a numerosi interrogativi che tenteremo di affrontare nel corso dell’incontro del 19 giugno. Per fare solo alcuni esempi: in uno scenario politico caratterizzato dal crollo dei consensi nei confronti dei partiti tradizionali, dall’ascesa dell’astensionismo e dalla traiettoria apparentemente meteoritica del movimentismo M5S, che spazio c’è – se c’è – per il civismo? Fa forse parte della natura del civismo l’impossibilità di trasformarsi in vero soggetto politico regionale o nazionale? Tale trasformazione minerebbe la sua base fondante e la sua forza, sfigurando l’identità dei cittadini di per se stessi non organicamente partitici? E se, invece, è possibile un civismo organizzato e strutturato, questo può costituire una forma efficace di partecipazione politica attiva al fianco dei partiti tradizionali?
Oppure il civismo coltiva una visione politica alternativa al sistema dei partiti? E ancora, se è lecito stupirsi quando il Prof. Massimo Cacciari afferma che un certo civismo fuori dalle comunità locali non sia altro che una “cretinata”, si può non essere d’accordo con lui quando sostiene che al nostro Paese servono partiti forti e nazionali? E se è vero che civismo e passione civile sono sinonimi, è altrettanto vero che quest’ultima ha sempre costituito la linfa vitale di qualsiasi partito sano e democratico: perché allora il civismo sembra nutrire crescente diffidenza nell’esprimersi in seno ai partiti tradizionali? I partiti tendono troppo sovente a servirsi del civismo nel corso delle campagne elettorali e trascurarlo durante l’amministrazione della cosa pubblica? Ma se è così, quali possono essere allora le modalità di interazione tra movimenti civici e partiti per migliorare la politica e le Istituzioni nel nostro Paese? Come può, se può e se vuole, il civismo sostenere tale interazione? E infine, può l’esperienza comasca e lombarda proporre alcune risposte a tali interrogativi?
AMO LA MIA CITTA’ (AMC) è nata un anno fa con l’ambizione di contribuire alla rigenerazione della nostra città e al rafforzamento di una azione partecipata per un’amministrazione virtuosa della cosa pubblica. Certamente qualcosa è stato fatto, ma altrettanto certamente c’è ancora molto da fare, soprattutto per quanto riguarda quell’ “abbattere il muro fra palazzo e cittadini” di cui avevamo fatto nostra bandiera. A un anno dalla fondazione, è giunto il momento di interrogarci sul percorso svolto confrontandoci con i grandi movimenti civici lombardi per poter tracciare le linee da seguire nei prossimi anni di amministrazione e impegno civile.

19 giugno 2013 – Cooperativa La Moltrasina – Moltrasio (CO)
Ore 19h00 Buffet
Ore 20h45 Colloquio

Introdurranno il dibattito:
Andrea Di Stefano – fondatore di ETICO e capolista nella provincia di Milano alle scorse elezioni regionali
Corrado Valsecchi – coordinatore regionale di LISTE CIVICHE – fondatore di APPELLO PER LECCO
Darko Pandakovic – capolista nella provincia di Como per PATTO CIVICO alle scorse elezioni regionali
Danilo Lillia – capolista nella provincia di Como per la lista ETICO alle scorse elezioni regionali
Moderatrice:
Gisella Introzzi – assessora al lavoro e alle attività produttive del Comune di Como, Fondatrice di AMC

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La condizione delle seconde generazioni di figli di stranieri

Secondo l’attuale normativa quest’anno circa 15.000 adolescenti nati nel nostro Paese e di origine straniera (registrati all’anagrafe e residenti senza interruzioni in Italia) potranno diventare italiani. Per essere riconosciuti nostri connazionali a tutti gli effetti, queste ragazze e questi ragazzi dovranno presentare una richiesta al Comune di residenza tra il diciottesimo e il diciannovesimo anno di età. Se per qualsiasi ragione questo lasso temporale di un anno dovesse trascorrere senza che tale domanda venga formulata (cosa non rara vista la scarsa conoscenza della norma), il soggetto interessato pur culturalmente e affettivamente italiano non potrà far altro che chiedere il permesso di soggiorno, poi i rinnovi e attendere di essere riconosciuto dopo anni, finalmente, cittadino italiano.

Situazione ancora più difficile è quella dei ragazzi che vivono la loro infanzia e adolescenza in Italia ma sono nati all’estero da genitori stranieri. Al compimento della maggiore età, questi soggetti non hanno alcun percorso ad hoc per acquisire la cittadinanza italiana e sono costretti dal nostro Stato (da noi, quindi) a un crudele paradosso: da un lato sono cresciuti in un Paese che non li riconosce, dall’altro non hanno altra patria se non l’Italia. Questo stato di cose crea una situazione potenzialmente pericolosa, oltre che una condizione profondamente frustrante e ingiusta.

Le seconde generazioni maggiorenni nate all’estero, così come quelle nate in Italia ma che non hanno fatto richiesta di cittadinanza alla maggiore età, possono rinnovare il permesso di soggiorno per motivi familiari. Tale permesso sarà valido per la durata del permesso di soggiorno dei genitori, purché vengano soddisfatte le condizioni di reddito e di alloggio richieste per il ricongiungimento familiare.

In alternativa, le seconde generazioni possono ottenere un permesso di soggiorno per motivi di studio. Questo tipo di documento ha validità annuale: visti i tempi amministrativi italiani accade spesso che il permesso di soggiorno venga di fatto rilasciato già scaduto, creando così grandi difficoltà e frustrazioni ai titolari del permesso e ai loro famigliari.

Raggiunta la maggiore età, terminati gli studi e usciti dalla casa materna-paterna, per questi ragazzi le difficoltà sono ancora più rilevanti poiché per poter rinnovare il permesso di soggiorno è necessario essere in possesso di un contratto di lavoro. In mancanza di ciò, le autorità italiane rilasciano un “permesso di soggiorno per attesa occupazione” della durata di sei mesi, non rinnovabile. Dato l’alto tasso di disoccupazione giovanile nel nostro Paese, è evidente che i problemi ai quali questi giovani devono far fronte siano tutto tranne che marginali.

Infine, non essendo riconosciute come italiane, queste seconde generazioni sono escluse dai concorsi pubblici, dall’iscrizione ad alcuni albi professionali, da molte opportunità di studio e formazione e non possono accedere al servizio civile nazionale. E’ importante sottolineare che nella maggior parte dei casi si tratta di figli d’immigrati arrivati qui da piccolissimi, che hanno frequentato le scuole italiane e che hanno l’italiano come lingua madre, esattamente come i nati in Italia da famiglie italiane da generazioni.

Le seconde generazioni figlie di immigrati costituiscono senza ombra di dubbio una formidabile risorsa per la nostra comunità nazionale sia dal punto di vista culturale che economico. Ciononostante, l’Italia sembra fare di tutto per frustrarne le potenzialità e, in ultima analisi, negarne la dignità. In attesa di una nuova norma nazionale che sani questo vulnus nella nostra società, AMO LA MIA CITTA’ ritiene – in piena sintonia con il pensiero e le parole del Capo dello Stato, Giorgio Napolitano – che l’attribuzione della cittadinanza simbolica, pur senza alcun valore giuridico, rappresenti “un prezioso contributo per un’opera di sensibilizzazione dell’opinione pubblica” capace di “riconoscere le seconde generazioni come parte integrante della nostra società”.

www.secondegenerazioni.it

Sosteniamo Cécile Kyenge

L’Associazione d’Azione civica AMO LA MIA CITTA’ (AMC), il suo presidente Massimiliano Mondelli, il Consiglio direttivo composto da Roberto Acerbis, Chiara Bedetti, Pietro Coerezza, Pierluigi della Vigna, Danilo Lillia, Massimo Lozzi, Martino Villani, con l’assessora Gisella Introzzi e il consigliere Marco Servettini condannano fermamente gli ignobili attacchi razzisti rivolti alla ministra dell’Integrazione Cécile Kyenge.

AMC ha assistito avvilita e sgomenta alle numerose affermazioni xenofobe proferite in questi giorni all’indirizzo della neo ministra e accomunate da ignoranza e protervia infinite, capaci solo di richiamare vane farneticazioni fondate sul mito della superiorità della razza che già tanta sofferenza hanno inflitto all’Europa.

AMC è convinta che un modo efficace per contrastare ogni manifestazione di discriminazione e intolleranza sia da un lato aumentare la conoscenza reciproca fra nuovi e vecchi cittadini e dall’altro stimolare lo sviluppo culturale e sociale del Paese in questi anni così rovinosamente trascurato.

AMC confida che la nomina di Cécile Kyenge nel nuovo Governo italiano sappia sprigionare le forze migliori del nostro Paese che è chiamato dopo troppi anni di titubanze e incertezze a riconoscere finalmente uguali diritti e opportunità ai nuovi Italiani, nati o cresciuti nel nostro Paese. AMC è certa che solo riconoscendo uguale dignità a nuovi e vecchi cittadini sia possibile costruire le basi su cui far germogliare una vera Comunità capace di vincere le numerose e difficili sfide del nostro comune destino. E’ anche per questo motivo che sin dalla sua costituzione AMC lavora al rafforzamento delle capacità della nostra città per una sempre migliore accoglienza attraverso un fruttuoso confronto con i cittadini comaschi di origine straniera.

Alla signora ministra dell’integrazione, oltre che la piena solidarietà di AMO LA MIA CITTA’ per le ingiurie ricevute, vanno infine i più sinceri auguri di buon lavoro nella piena convinzione che le sue provate capacità saranno in grado di contribuire grandemente a sbloccare molti provvedimenti da troppo tempo in attesa di essere affrontati come la promulgazione di una nuova e più equa legge sull’immigrazione e la riforma delle norme sull’acquisizione della cittadinanza italiana.

 

Associazione di Azione civica AMO LA MIA CITTA’ (AMC)

COMO, 4 maggio 2013

Etnos e urbs, la trama del dialogo (di Jean-Léonard Touadi )

Una volta le città si proteggevano dall’arrivo dei “barbari” e i confini erano molto netti e visibili tra “noi” – chi era dentro – e gli altri – chi viveva fuori. I “barbari” potevano attentare all’incolumità fisica della città espugnandone le mura; oppure rappresentavano un’insidia mortale per l’identità culturale di cui la lingua era un veicolo fondamentale.

Oggi le città sono spazi aperti, luoghi in cui la sicurezza fisica è tutta da costruire e l’identità culturale non è più riconducibile – se mai lo fosse stato – ad una purezza unica da salvaguardare. Lo spazio cittadino è sempre più un terreno di confronto, di scontro e d’incontro possibili tra mondi identitari eterogenei.

Le città stanno diventando sempre più dei laboratori d’innovazione, contenitori di mutamenti profondi che toccano lo spazio fisico, la creatività culturale, la dinamica delle relazioni interpersonali, la costruzione stessa delle individualità.

All’interno di questa dinamica, l’immigrazione rappresenta un potente fattore di configurazione delle nuove complessità urbane. Ci sono quasi 5 milioni di persone straniere regolarmente residenti in Italia. Un dato che evidenzia in modo plastico il cambiamento di status dell’Italia da paese di emigrazione a paese di immigrazione.

Negli ultimi dieci anni il numero degli immigrati è aumentato del 150% incidendo anche sullo sviluppo produttivo e demografico. Più del 9% del Pil è prodotto da lavoratori stranieri; il loro contributo al gettito fiscale è stimato a più di 6 miliardi di euro. Lentamente, ma in maniera irreversibile, la presenza dei cittadini stranieri in alcune metropoli come Milano e Roma sfiora il 10% d’incidenza rispetto alla popolazione indigena e ovunque la media supera il 7%. Una presenza stabile, organica, destinata a modificare in profondità non solo la struttura sociologica, ma il volto fisico e l’anima culturale delle comunità metropolitane.

Una presenza ricca di premesse positive, ma anche densa d’incognite. Proprio per questo riteniamo che la sfida dell’integrazione dei nuovi cittadini nelle nostre città misurerà la qualità e l’adeguatezza della proposta politica complessiva delle forze politiche.

L’immigrazione genera molti aspetti del governo delle città: dall’urbanistica agli spazi culturali; dall’accesso ai servizi alla sicurezza; dalla questione giovanile alla promozione dei servizi dedicati alle donne.

Ecco come l’ex sindaco di Torino Chiamparino affrontava nel 2009 il tema della presenza degli stranieri nella sua città: «In molti comuni, specie al Nord, siamo sopra il 20% di persone in rapporto alla popolazione.

La stampa, giustamente dal suo punto di vista, parla soprattutto delle emergenze legate ad alcuni quartieri simbolo. Però i problemi con i quali dobbiamo misurarci sono molti altri e spesso non hanno lo stesso rilievo di cronaca: l’abbandono di alcuni spazi pubblici da parte dei residenti storici; il rischio che nei quartieri, non soltanto in quelli più noti, si formino delle sorti di cittadelle monoetniche chiuse nei confronti di altre popolazioni; le difficoltà nel supporto alle scuole che hanno inserimenti di minori stranieri.

Non nascondiamoci dietro a un dito: fenomeni isolati finché si vuole, ma fenomeni di xenofobia e razzismo che in modo più o meno evidente ci sono e che vanno capiti per poter essere contrastati. Non vanno, come dire, “esorcizzati”. Difficoltà di convivenza con le comunità, in particolare rom, ci sono in tutte le grandi città, come ci sono molti problemi; alcuni li ho già citati prima parlando del lavoro nero, dello sfruttamento del lavoro nero, degli incidenti sul lavoro».

Un quadro realistico, con luci e ombre, quello tracciato dall’ex sindaco di Torino, per molti anni presidenti dell’Anci. Mi permetterei solo di aggiungere la grande vivacità culturale dei cittadini stranieri che si esprime attraverso la proliferazione di gallerie d’arte dedicate alle produzioni dei paesi d’origine; il moltiplicarsi d’iniziative culturali come scuole di danza, stage di animazione teatrali destinati sia alle scuole che al grande pubblico; l’esistenza di libreria e di biblioteche che offrono pubblicazioni di culture non europee in italiano e in lingue originali.

Un mosaico di opportunità culturali dove quello che una volta era l’esotico diventa vicino, si fa offerta culturale, un ponte di conoscenza e di allargamento degli orizzonti.

Come far convivere tutta questa ricchezza? Per prima cosa bisogna evitare la formazione dei ghetti. Quest’ultimi prendono vita attraverso un processo di auto-ghettizzazione delle comunità che – di fronte a quello che viene vissuto o percepito a torto o a ragione come un rifiuto della comunità ospitante – tendono a chiudersi e a intensificare le reti capillari di comunicazione interne alla stessa comunità in modo da escludere non solo gli italiani, ma anche le altre comunità straniere.

Al tempo stesso, la nascita dei ghetti è anche il frutto di una marginalizzazione diretta o indiretta della comunità ospitante italiana. Rifiuto di affittare a stranieri, costi troppo elevati delle residenze, luoghi accuratamente evitati perché percepiti dagli italiani come “insicuri”. Ma l’insicurezza spesso è solo insofferenza, paura del diverso nella città.

Gli altri sono percepiti e vissuti come “persone in esubero” come dice Z. Bauman: «I Essere in esubero significa essere in soprannumero, non necessari, inutili, indipendentemente dai bisogni e dagli usi che fissano lo standard di ciò che è utile e indispensabile. Gli altri non hanno bisogno di te, possono stare senza di te, possono stare senza di te e cavarsela altrettanto bene, anzi meglio» (Vite di scarto, Ed. Laterza).

Occorre un nuovo piano regolatore che tenga conto della dimensione interculturale della città. Evitare di concentrare in un solo pezzo di città tutti gli esercizi commerciali cosiddetti “etnici”. Lo strumento della concezione delle licenze commerciali, lungi dall’essere un mero atto burocratico, diventa uno strumento di pianificazione urbanistica, tanto per fare un esempio. Perché la formazione dei ghetti urbani è il fallimento dell’intercultura. Essa significa pensare l’integrazione come una mera coesistenza spazio-temporale tra comunità che si ignorano.

La città, invece, è un organismo vivente con un rapporto si supporto strumentale, di fecondità relazionale tra i membri. La città è il luogo dove gli spazi di condivisione devono crescere per favorire la conoscenza, la risoluzione dei conflitti, la nascita di utopie condivise.

La scuola nella città interculturale è il luogo della “formazione dell’uomo e del cittadino”. Sono 750.000 gli alunni con cittadinanza non italiana seduti sui banchi di scuola nell’anno scolastico 2011/2012. Sono l’8,5% sul totale della popolazione scolastica. Una palestra di cittadinanza è anche la parte più visibile e promettente del cambiamento delle nostre città. Dentro le mura di scuola si trova la linfa vitale della città futura.

La scuola deve perciò essere accogliente nel doppio senso di fare spazio ai nuovi cittadini e, con loro, il bagaglio culturale, religioso e spirituale di cui sono portatori; nello stesso tempo aiutare i nuovi cittadini ad essere pienamente italiani. La pedagogia interculturale ha questo di pregevole: essa aiuta l’osmosi dei mondi verso una conoscenza più ricca. Ma la scuola è anche un potente fattore d’integrazione per i genitori che – grazie ai loro figli – entrano a fare parte della comunità formata dagli insegnanti e dagli altri genitori.

Infine, possiamo puntare sulla mediazione interculturale che è insieme un approccio complessivo più aperto all’alterità e una dinamica relazionale che mette in circuito le diversità. Le biblioteche, gli sportelli sociali, i centri di aggregazione giovanili, i teatri e le ludoteche diventano quei spazi di contaminazione interculturale di cui si nutre la città plurale. Sono gli spazi della costruzione di un alfabeto comune della città di tutti.

La città di domani avrà bisogno di mediatori culturali, ma è tutta la comunità che deve assimilare una forma mentis interculturale per riconoscere la diversità, valorizzarla, risolvere i conflitti e offrire soluzioni che renda la vita collettiva più serena e riconciliata. Le politiche dell’intercultura sono una pedagogia di accompagnamento dei territori e delle comunità verso la leggibilità e vivibilità di una società complessa.

Jean-Léonard Touadi, Etnos e urbs, la trama del dialogo, in “Per il buon governo delle città”, numero 8, aprile 2012, Tamtàm democratico.

http://www.tamtamdemocratico.it/doc/234434/etnos-e-urbs-la-trama-del-dialogo.htm

Lo ius soli e l’incapacità degli italiani a pensarsi “diversi” (di Marco Antonsich – 17 maggio 2013)

Da una parte c’è un signore genovese con i capelli bianchi che chiede un referendum sullo ius soli. Dall’altra c’è un governatore pugliese che rimanda accuse di fascista a chi nega il diritto di cittadinanza alla nascita. In mezzo, o più spostato verso Genova, c’è un nutrito gruppo di fazzoletti e camicie verdi che chiamano in causa il ministro Kyenge ogni qualvolta un nero in Italia compie qualche atto criminoso – come se la povera neo-ministra fosse il rappresentante dei neri in Italia e non di tutti gli italiani, quale che sia il loro colore, che in Parlamento l’hanno eletta. Da oscura rivendicazione, relegata tra le seconde generazioni, lo ius soli sta emergendo come la nuova star dello scontro politico in Italia. Non credo che questo sinceramente gli faccia bene.

Spostarlo dal terreno moderato di una legittima rivendicazione giuridica, fatta propria anche dal Presidente della Repubblica, a quello infuocato dello scontro politico rischia di fargli perdere consensi. E sì che secondo un sondaggio Istat del 2011 ben il 72% degli italiani lo riteneva richiesta accettabilissima. Fosse fatto oggi credo che il sondaggio darebbe ben altro esito. Il problema è che oggi lo ius soli (seppur temperato) non è più visto come la concessione benevola da parte di un buon pater familias italiano verso alcuni dei suoi figli meno fortunati o illegittimi, ma la richiesta di un ministro ‘straniero’, nero per di più, che lo rivendica come diritto sacrosanto.

Addio 72%…

Ma, ripeto, non è questo il punto, pur con tutta la mia simpatia verso coloro che giustamente chiedono una riforma dell’attuale legge sulla cittadinanza. Il punto è invece che tutto questo gran clamore attorno allo ius soli rischia di spostare l’attenzione da quello che è il vero problema. L’incapacità degli italiani a pensarsi ‘diversi’. Scrive Grillo sul suo blog che lo ius soli è “una decisione che può cambiare nel tempo la geografia del Paese”. Ma caro signor Grillo non vede che questa geografia è già cambiata, con buona pace dello ius soli?

Oggi in Italia gli stranieri sono circa il 7,5% della popolazione totale. A Milano la cifra sale al 14%. Una proiezione demografica Eurostat afferma che tra cinquant’anni, i residenti in Italia con almeno un genitore straniero saranno tra il 30% e il 40%.

Cosa vogliamo fare, continuare a lacerarci le vesti sullo ius soli o cercare di portare avanti una seria riflessione, nel dibattito politico, nelle scuole, e nella sfera pubblica più in generale, per comprendere come declinare “Italia” e “italiano/a” al plurale (e in diversi colori)? Ci piaccia o no questa è la realtà. E sarà bene guardarla in faccia e discuterla al di là di un mero dibattito legalistico sullo ius soli; buono forse questo per ottenere consenso elettorale, nell’uno e nell’altro campo, ma incapace di rispondere all’Italia che oggi è già cambiata e domani cambierà ancor di più. È la nazione che deve essere ripensata.

“Noi” chi siamo?

Credo che questo sia il vero problema che rischia di passare sotto silenzio nel gran clamore che circonda oggi lo ius soli.

Marco Antonsich

http://lacittanuova.milano.corriere.it/2013/05/17/lincapacita-degli-italiani-a-pensarsi-diversi/